Per trovare riferimenti della Zecca di Retegno è sufficiente aprire un qualsiasi catalogo o manuale di numismatica, perché le monete che vi vennero coniate sono si rare, ma altrettanto conosciute e apprezzate. Delle monete, di cui potremo parlare in un'altra occasione, si può sapere tutto, ma altrettanto non lo si può dire di quello che è stata la struttura della Zecca.
I documenti in merito sono pochissimi ed anche le citazioni nei testi del Goldaniga e del Cairo Giarelli sonno assai generiche, in aiuto ci viene un testo dei f.lli Gnecchi pubblicato nel 1887 (in sole 100 copie) dal titolo "Le monete dei Trivulzio", in cui vengono riportati documenti inediti.

Ma andiamo con ordine.
La Zecca fu fatta erigere del Cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio VIII° Conte di Mesocco e XII° Barone di Retegno, su progetto dell'architetto Leon Battista Barattieri, progettista che andava per la maggiore in quel periodo. Per poterci far un'idea della statura professionale dal Barattieri, basti pensare che alcune sue costruzioni sono ancora prospicienti alla famosa piazza del Campidoglio a Roma.
Il Cardinale morì nel 1656, non riuscì quindi a vederne completata la costruzione. Nella Zecca le prime monete furono coniate nel 1676 e riportavano l'effige di Ercole Teodoro figlio del Cardinale (Gian Giacomo Teodoro si consacrò alla vita religiosa solo dopo che rimase vedovo).
La struttura comprendeva il portale ancora esistente, le quattro torrette d'angolo e il muro perimetrale (elementi di cui se ne intuiscono ancora le tracce), ed inoltre un corpo centrale, un magazzino, di una serie di cunicoli sotterranei e di alcuni fabbricati esterni al perimetro della Zecca di cui non ne è rimasta testimonianza.

Il portale con i due "mamòn" nei secoli è diventato senza dubbio l'emblema di Retegno. Sul portale tra i due putti è presente anche una terza figura che rappresenta il corpo di un'aquila sul cui petto è riportato il simbolo araldico della famiglia Trivulzio, un ovale con tre pali color oro su fondo verde, lo stesso simbolo dei due freschi ancora presenti lungo via Mazzini.
Il corpo principale della Zecca, di cui ancora nell'800 se ne ricordavano le vestigia come riportato nel testo di Cairo Giarelli, non era al centro del suo perimetro, ma allineato al fronte che oggi si affaccia verso via Duca d'Aosta. In questa struttura, oltre ad esser la residenza nobile, vi venivano custoditi i conii (oggi ospitati in un'apposita ala del museo del Castello Sforzesco di Milano) vere e proprie opere d'arte. Nonostante le monete venissero prodotte per mezzo di una procedura grossolana, a colpi di martello, i conii era in grado di conferire effigi di pregevole fattura.
Quello che veniva identificato come "magazzino", molto probabilmente non era nulla più di una semplice officina ed era situato nell'angolo, all'interno del perimetro prospiciente alla facciata della chiesa.

Le monete venivano battute nei sotterranei e di queste strutture non si sa pressoché nulla. Si dice che furono realizzati seguendo un antico progetto di Leonardo Da Vinci e che per difesa fossero in grado di allagarsi, ma di certo non si sa nulla. Ormai l'interno del perimetro della Zecca è completamente compresso dalla presenza da costruzioni moderne e quindi cosa c'è nel suo sottosuolo probabilmente resterà per sempre un mistero, alimentato anche dai "muraglioni e le volte" portati alla luce durante i diversi cantieri e dai racconti di chi afferma di essersi addirittura avventurato in angusti cunicoli sotterranei.
Nella Zecca di Retegno operarono più zecchieri ed incisori che meritano di esser ricordati sia per le loro doti artistiche, che per il fatto di aver fatto circolare in tutto il mondo il nome di Retegno con le loro incisioni.
Gli zecchieri e gli incisori di Retegno furono: dal 1676 al 1682 Giovanni Battista Brusasorzi, dal 1687 al 1690 Cristoforo Angiolino e Giuseppe Capellari, dal 1692 al 1704 Giovanni Battista Merlo e nel 1726 Antonio Di Gennaro.
La Zecca di Retegno fu demolita il 28 agosto del 1787
Vincenzo Anelli