DON GIULIO MOSCA
(retegnino acquisito con completa riconoscenza dei retegnini)
..... per lui nessun archivio nasconde segreti!
Gli archivi della diocesi, archivi parrocchiali sistemati e consultabili,
da "Il Cittadino" di sabato 15 ottobre 2005
INTERVISTA A DON GIULIO MOSCA 29/07/2001
Nato a Casalpusterlengo (LO) nel 1925 è sarcedote dal 1948.

Dal 1960 per l'abbondanza di sacerdoti nel Lodigiano si mise a disposizione delle Diocesi d'Italia, in diocesi di Albano Laziale fondò le parrocchie di Frattocchie, Campoleone, Torvaianica, dirigendo nel contempo vari settori pastorali diocesani.
Prestò un breve servizio nella Parrocchia di Posta (RI), dove iniziò a scrivere storia locale e regalò un prezioso volume, "Posta, nell'Alta valle del Velino", alla cittadinanza edito dalla Provincia e successivamente dal Comune.
Dal 1981 missionario in Venezuela, fondò le parrocchie di Macapo e Cojedito (Estado Cojodes). Qui scrisse in spagnolo: "Libro de la familia cristiana, Libro de la comunidad para los responsables, Guida de oraciones y lecturas, Libro de la comunidad parroquial, Una Iglesia para todos (Nuovo Testamento) e Evangelio Popular", stampato in oltre 230.000 copie per 16 edizioni, best seller in Venezuela.
Ritornato in patria è stato parroco di Retegno e Santo Stefano Lodigiano.
Come si può capire dai titoli di seguito, il suo interesse storico si articola in vari aspetti della storia locale, netta prevalenza della storia religiosa :
- - Umberto de Romans : istruzioni per i predicatori;
- - Un prete tutto cuore : Don Mario Ravani;
- - La Madonna dei Cappuccini, secondo centenario dell'incoronazione (AAVV);
- - Caselle Lurani: le chiese, i prevosti, la gente;
- - Marudo: storia di una chiesa;
- - La Madonna della Fontana (Camairago);
- - Retegno, una storia singolare (2 volumi);
- - Gli Anelli: una famiglia lodigiana di costruttori di organi e pianoforti;
- - Cento anni di vita e di battaglie delle Parrocchie del Lodigiano (I° volume); Nel bicentenario della invasione francese 1796".
-
E la preziosa opera in 4 volumi, poi ripubblicata in un unico poderoso volume: "Casalpusterlengo: le chiese, la religiosità popolare e le sue espressioni".
GLI ARCHIVI DELLA DIOCESI
Pur di rendersi utile, Don Giulio, si è prestato a sistemare gli archivi della Diocesi di Lodi. Ha iniziato da quello di Casalpusterlengo per arrivare a quello di Sant'Angelo Lodigiano, tuttora in corso di sistemazione.
Per vedere questi archivi si deve andare in curia con una lettera di presentazione del parroco della chiesa di cui si vuol studiare l'archivio e consegnarla a Monsignor Cremascoli, una volta ottenuto il suo permesso, ci si accorda per gli orari con il parroco interessato.
Nel palazzo vescovile di Lodi sono conservati gli archivi:
- Archivio Storico Diocesano , Presso Curia Vescovile Via Cavour, 31 26900 lodi (LO) Tel. 0371423838 Direttore don Giuseppe Cremascoli, Collaboratrice D.ssa Sibono; Venerdì e sabato non festivi, dalle 09,00 alle 11,30.;
Conserva i documenti di tutte le parrocchie della Diocesi di Lodi: Visite Pastorali; oratori; dispense; messe; matrimoni; parroci; reliquie; coadiutori; legati e vari atti amministrativi. L'archivio di tutte le visite pastorali è stato tradotto, a cura della D.ssa Sibono, in files d'immagini formato TIFF e riproduce documenti dalla II metà del XVI secolo.
Il Censimento degli Archivi delle Parrocchie della Diocesi di Lodi, anch'esso in formato TIFF, per ora comprende: Inventario dei dati anagrafici: battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e morti. Si sta approntando quello sui documenti intercorsi tra Curia e Parrocchie e viceversa, oltre al catalogo dei libri conservati nella biblioteca dell'archivio.
- Archivio Mensa Vescovile, che conserva gli antichi documenti dei beni della Diocesi;
- Archivio personale del Vescovo.
Per accedere all'archivio della Mensa bisogna chiedere alla d.ssa Vignati Gorla per entrare il Giovedì di più difficile consultazione, per l'ovvia attualità dei documenti conservati, l'archivio personale del Vescovo.
Nel Duomo di Lodi è conservato l'archivio del Capitolo della Cattedrale.
ARCHIVI PARROCCHIALI SISTEMATI E CONSULTABILI
LODI, parrocchia di Santa Francesca Cabrini; Casalpusterlengo, parrocchia di San Bartolomeo;
Codogno, san Biagio; Castiglione d'Adda, parrocchiale; Castel Nuovo Bocca d'Adda, parrocchiale;
Bargano; Borghetto Lodigiano; Brembio; Camairago; Campo Rinaldo; Caselle Lurani; Cavacurta; Fombio; Guardamiglio; Maiano; Maleo; Marudo; Melegnanello; Ossago Lodigiano; Retegno; Riozzo; San Rocco al Porto; Santo Stefano Lodigiano; Secugnago; Terranova de Passerini; Vittadone; Zelo Buon Persico;
A Sant'angelo sta sistemando l'Archivio della Chiesa dedicata Sant'Antonio e della Chiesa ubicata nel quartiere San Rocco.
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da "Il Cittadino" di sabato 15 ottobre 2005
Presentato il grandioso volume di oltre 800 pagine scritto da don Giulio Mosca
Mille anni dopo la fondazione ecco la storia dell’abbazia di Santo Stefano
Per chiunque fosse interessato il volume è in vendita presso la Parrocchia di Retegno
Sabato 8 ottobre a Santo Stefano Lodigiano davanti a un pubblico molto qualificato è stato presentato un corposo volume di 828 pagine, fresco di stampa, intitolato “Storia di una Abazia dimenticata. A 1000 anni dalla fondazione”, scritto da don Giulio Mosca. Dopo gli onori di casa svolti dal sindaco Massimiliano Lodigiani, il volume è stato presentato da Mario Marubbi, conservatore del Museo civico di Cremona e da Ferruccio Pallavera direttore del «Cittadino». Ha chiuso il pomeriggio, con un appassionato intervento, l’autore della pubblicazione, don Giulio Mosca.
Dopo la vendita all’asta, nel 1866, della Chiesa abbaziale, ultima costruzione dell’antico complesso monastico di Santo Stefano Lodigiano, il sacro edificio poté ancora rendere un servizio: durante l’epidemia di colera del 1867, fu adibito a ospedale consorziale di isolamento per i colpiti dal morbo di S. Stefano e di Corno Giovine; poi scomparve, ma non perché non ne sia rimasta pietra su pietra, come fu scritto, ma perché in gran parte inserito nella costruzione di una grande casa colonica tuttora esistente. Da quel tempo in avanti, come osserva l’autore a pag. 729, “da cancellare della monumentale abbazia rimaneva soltanto la memoria”.È proprio la memoria di una presenza tanto importante e significativa per tutto il territorio della Bassa e non soltanto, come risulta evidente il libro, che il Comune di Santo Stefano intende mantenere, con le iniziative di rievocazione storica avviate da qualche anno secondo i gusti folcloristici del nostro tempo, con le pubblicazioni già curate ed edite, con il presente poderoso ed accurato lavoro di don Giulio, con la programmazione di manifestazioni di grande risonanza in vista del millennio della fondazione nel 2009.Della antica Abbazia pressoché tutti gli storici locali, nazionali e ancor di più, hanno scritto: ognuno per rimarcare alcuni passaggi, qualche situazione, particolari avvenimenti o parziali aspetti.Mancava un lavoro come questo che ce la rappresentasse in modo coordinato ed in un quadro completo, con riferimento alla vita delle popolazioni locali ed agli interventi promossi a beneficio del territorio, alle origini ed alle vicissitudini durante tutti i secoli della sua lunga e travagliata esistenza, ai rapporti quasi sempre fecondi con l’autorità vescovile diocesana e la curia romana, specie dopo la nomina del Commendatario.Un lavoro che, coraggiosamente, facesse giustizia di numerosi errori interpretativi in cui erano caduti, storici anche di chiara fama, dovuti prevalentemente alla mancata conoscenza diretta dei luoghi, non facili da individuare per chi non vive sul posto, a causa delle omonimie originate dagli spostamenti continui del fiume; basti citare per tutti l’appellativo di Mezzano: da queste parti abbiamo Valmezzano, Mezzano di Sotto, Mezzano di Sopra, Mezzano Vecchio, Mezzanone, Mezzano Squadre, per finire a Mezzana, solamente più tardi divenuta Mezzana Casati.Ritengo che il capitolo primo sia di particolare importanza: siamo agli albori del cristianesimo e di documentazione storica specifica che racconta della nostra terra non c’è quasi niente. Ma l’Autore si diffonde in ipotesi costruite sull’assemblaggio di fonti documentate e certe, di più vasto respiro: ne risulta un quadro molto credibile di probabili vicende che hanno interessato queste terre durante quel lungo periodo di silenzio che ancora si stende sui primi secoli dell’era cristiana.Ora, questa estrema porzione di terra lodigiana conosce meglio se stessa in rapporto agli avvenimenti che si studiano sui libri della grande storia. Ma l’autore coglie anche l’occasione per far conoscere al grande pubblico situazioni particolari in cui i nostri avi furono protagonisti.Dal libro, a pag. 86, colgo un esempio che mi piace sottolineare: nel Registrum Magnum del Comune di Piacenza, nell’Archivio di Stato della città, vi è la copia autenticata di un Diploma emanato dall’imperatore Ludovico II° nell’anno 852; riguarda la conferma di alcuni benefici concessi da Giacomo vescovo della Chiesa laudense al prete Garimondo della chiesa di Santo Stefano in Ripa Alta. Quel documento risulta essere l’unico che dimostra l’esistenza del vescovo Giacomo a Lodi e, all’indomani del suo ritrovamento alcuni anni fa, la cronotassi episcoporum della diocesi è stata opportunamente integrata con l’inserimento del nuovo nominativo.Nel libro non ci sono capitoli specifici dedicati ai grandi accadimenti della storia italiana ed europea, ma don Mosca non perde l’occasione di esprimere giudizi ed opinioni su tematiche per le quali la storiografia ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, movendo da documenti riguardanti l’Abbazia di Santo Stefano, ricercati e consultati a migliaia e migliaia in numerosi archivi italiani e del Vaticano.Mi riferisco, ad esempio, alla lunga strada che ha portato alla dissoluzione del potere temporale della Chiesa: alla fine si è rivelato un toccasana per la Chiesa, ma vi si è giunti attraverso tappe fondate su proclami quasi sempre falsi e miranti a raggiungere ben altri scopi. C’è poi, a pag. 615, il XIII° Capitolo provocatoriamente intitolato tra virgolette “Il popolo felice”; l’Autore si avvia alla chiusura commentando: “La Chiesa - società di uomini che quasi sempre, non bastando le sollecitazioni di uomini ispirati, ha avuto bisogno di spinte esterne, spesso aspre e laceranti, per riformarsi ed aggiornarsi ai tempi - è stata condotta dalla Provvidenza a riconoscere: - che il passaggio allo Stato (pur non ammettendo il modo) di tante responsabilità, che pur aveva legittimamente e fruttuosamente gestito per più di un millennio (ospedali, cimiteri, scuole, ecc.) è stato una liberazione;- che le espropiazioni di istituzioni e di beni legittimamente acquisiti e utilizzati (”a fin di bene” dai governi, ma in buona parte dilapidati) l’hanno danneggiata e impoverita, ma al tempo stesso purificata da molti affari terreni;- che l’abolizione dei privilegi ha favorito la nascita di una società fondata sull’uguaglianza dei cittadini e sulla democrazia (da là da venire);- che le persecuzioni non hanno spento la fede del popolo cristiano, ma hanno servito a purificarla da sfasature che esistevano”.Tornando all’argomento specifico del volume, la meticolosità della ricerca non tanto sui libri, ma su documenti ancora nascosti negli archivi, ci regala la conoscenza di una gran quantità di notizie. Ad esempio, finalmente ci risultano chiare le differenze fra l’autorità dell’Abate, del Priore e del Commendatario, specialmente quando ci viene raccontata la loro vita ed il legame con l’Abbazia. Veniamo a scoprire che quando il Papa Paolo V° Borghese di San Pietro, assegna la Commenda di Santo Stefano al nipote cardinale Scipione, ci fa partecipare, con una parte delle rendite all’attività abbaziale, alle sontuose realizzazioni di Palazzo Rospigliosi e della celeberrima Villa Borghese al Pincio a lui attribuiti, se non nella ricostruzione della facciata stessa della basilica Vaticana.Abbiamo modo di consolarci leggendo di un altro Commendatario, il cardinale Ferdinando D’Adda, il quale, dopo aver racimolato frutti a Santo Stefano ed in altri luoghi senza realizzare monumenti che hanno sfidato i secoli, lasciò alla sua morte tutti i suoi beni al Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide: anche S. Stefano così ha modo di consolarsi per aver beneficiato già a quei tempi, clero e indigenti dei territori di missione.Ci racconta ancora don Giulio la gustosa vicenda della poltrona piazzata nella Chiesa abbaziale dall’agente Giovanni Battista Borsa: “Una cadrega con i brazzi dalle parti coperta di bulgaro, con un certo banchino da inginocchiarsi... con il suo panno e suoi cuscini”; ufficialmente veniva posta perché vi si insediasse con onore il Commendatario quando fosse presente alle cerimonie, in realtà per stabilirvisi lui stesso, visto che il grande personaggio ben raramente era in loco. La cosa era giustamente maldigerita dal Priore e la diatriba, con relativi spostamenti, incatenamenti, remissioni, dispetti vicendevoli e collaterali, eliminazione fisica e ripristino del contestato scranno, andò avanti per anni, finché prevalse il buon senso da ambo le parti e, con la mediazione del Commendatario in carica, si trovò una soluzione, che vi lascio scoprire andando a leggere il libro da pag. 459 in avanti.Un’ultima notiziola, prima di concludere: a Santo Stefano il problema dell’educazione scolastica popolare dei ragazzi ha sempre goduto di grandi attenzioni e la sensibilità in paese verso questa problematica è sempre stata vivace, antesignana rispetto alle piccole Comunità di tutta questa zona. A giustificazione di questo fatto scopriamo che, dal 1788, “La Parrocchia di S. Stefano non ha altro che la chiesa del soppresso monastero cistercense discosto dal paese, dove risiede il Cappellano Confessore e Maestro di Scuola per i figlioli poveri”, così è scritto nell’elenco degli “Oratori della Diocesi”, Vicariato di Codogno. Anche dopo la soppressione quei buoni frati hanno continuato a farci del bene.Ho detto del giudizio severo riguardante il grande tema dell’abolizione del potere temporale della Chiesa; non sono meno puntuali le osservazioni sul falso illuminismo di Maria Teresa e di Giuseppe II°, sulle violenze della rivoluzione francese e sulle rapine dei francesi di Napoleone Bonaparte perpetrate in tutta Italia, in nome della liberté, egualité, fraternità, in una parola in nome della democrazia.Lasciamo dire a don Giulio; a pag. 624, nella nota 15, commenta: “Sui ruderi si venne costruendo il centralismo, che i francesi perfezionarono e i padri risorgimentali si tennero stretto, e poi il fascismo. Grava ancora nella politica italiana.”Avviandosi alla conclusione don Giulio Mosca commenta a pag. 690: “Ho voluto raccontarla - la storia - cogliendola dai documenti del tempo molto più che dai libri, dato che nell’estremo lembo di territorio lodigiano addossato al Po e che dalla forma di un corno prendeva il nome (Santo Stefano al Corno, Cornovecchio, Corno Giovine), lungo una solitaria via campestre, s’elevò intanto il complesso monumentale dell’Abbazia che, per quasi otto secoli, aveva dato prestigio al territorio e pane ai suoi abitanti. La storia ha continuato a correre inarrestabile. L’alienazione del complesso abbaziale e la sua distruzione quasi totale nell’arco di 100 anni successivi, toglieranno rilevanza all’edificio e stenderanno sul passato una coltre di dimenticanza, fin quasi a cancellarne la memoria. Tre governi, nemici fra loro, sono ugualmente colpevoli del misfatto: il governo austriaco che ha soppresso l’abbazia, quello francese che ne ha effettuato la vendita; e quello italiano che ha permesso il completamento dell’opera con la distruzione della chiesa. Frutto avvelenato, con moltissimi altri, di una politica settaria che ha arrecato danni gravissimi e irreparabili al patrimonio storico, artistico e religioso della nazione”.Fin qui don Giulio.L’Amministrazione Comunale di Santo Stefano Lodigiano ha compiuto un grande sforza di mente, di cuore e di finanza levando il velo dell’oblio a cui sembrava condannata questa antica testimonianza: di essa è stato scritto “ben poco si sa”; ora sappiamo anche quello che tanti antichi documenti, nascosti in archivi famosi o sperduti, ci hanno svelato grazie all’intelligenza, alla cultura, alla caparbietà di un eminente storico che vi ha dedicato buona parte della sua vita.
Umberto Migliorini
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Alla partenza di Don Marzagalli fu nominato pro Parroco di Retegno (si potrebbe dire: facente funzione di Parroco) Don Enrico Moretti, che era coadiutore di Turano. Il 15 ottobre fu nominato Parroco.
Diventa più facile parlare degli anni del suo servizio pastorale (una ventina), e perchè molte persone l'hanno conosciuto e ne conservano ancor vivo il ricordo, e perchè ha registrato (con parsimonia, in verità) i fatti più importanti in una "Cronistoria della Parrocchia di Retegno" che ci da una informazione di prima mano. Di ogni Parroco, e quindi anche di Don Moretti, devo limitarmi a mettere in luce qualche aspetto particolare.
Gli inizi non furono consolanti.
La Chiesa Parrocchiale abbisognava di restauri, si doveva anzi ampliare, dato il numero degli abitanti. I locali addossati alla Chiesa erano in pessimo stato, addirittura pericolanti al punto da mettere in pericolo la volta della chiesa. In uno di questi abitava Filippo Chiesa, ciabattino, l'ultimo sacrista stipendiato di Retegno. La casa, al dire di Don Moretti, era "una catapecchia degna di abitazione per topi, non per cristiani". La casa parrocchiale era in disordine. I lavori iniziati dal predecessore non erano stati completati (anche da questo si può arguire quanto i fatti accaduti abbiano influito su una partenza non dilazionabile).
Don Moretti incomincia da qui: porta a termine i lavori iniziati, e cioè l'ultima stanza aggiunta all'estremo della casa, i servizi igienici, il tetto, e paga in proprio. Vennero ad abitare con lui i nipoti Mose Moretti e Carlo Farina, la sorella Giovanna e una ragazza di nome Teresina. Dovette metter mano anche alle case del Beneficio, in cattivissime condizioni, "vere talpaie", accendendo un mutuo di 6000 lire. Nel 1932 la Provincia espropria quattro pertiche di Beneficio per la deviazione della strada provinciale Codogno-Piacenza. E intanto le spese raggiunsero le 10.000 lire. Per la Chiesa, toccava alla popolazione; ma questa era poverissima: "tutti diseredati dalla Fortuna", scrisse Don Moretti. Erano anni, infatti, di miseria generale. II Vescovo, con una lettera circolare, pubblicata negli stessi giorni in cui Don Moretti giungeva a Retegno, chiamò i sacerdoti ad una "Crociata di carità": dovevano nel più breve tempo riunirsi per Vicariato per "concertare quanto era possibile fare per lenire la miseria delle famiglie più indigenti".
La difficoltà veniva non solo dalla povertà della popolazione, ma anche, ed ancor di più, dalla discordia, dal campanilismo. Con termini un po' crudi scrive: "Quella parte, che è la più povera, che era sotto la parrocchia di Fombio, e selvatica e poco religiosa, vive lontano dalla Chiesa e non va d'accordo con quella che era sotto la Parrocchia di Codogno più religiosa".
Non meno duro il giudizio sulla situazione morale: "Retegno è troppo vicino a Codogno e ne sente tutte le influenze deleterie... Vi e una parte chiamata Borgo di Retegno che e d'un livello morale bassissimo".
Gli abitanti erano circa un migliaio, 215 le famiglie. Non esistevano società "cattive o pericolose ne anticattoliche". Gli uomini in genere non partecipavano alla Dottrina Cristiana della domenica, tranne quelli che erano iscritti alle Associazioni Cattoliche di adulti o alle Unioni Giovanili. Frequentate invece le Funzioni straordinarie; e anche i Sacramenti, dall'elemento femminile e dai ragazzi, "in modo lodevole". Si profanava "troppo facilmente" il giorno festivo per "lavori anche futili" e da parte dei giovani per la partecipazione ai giochi sportivi (in mano, ormai esclusivamente, alle organizzazioni fasciste).
Non mancavano le Associazioni Cattoliche: Terziari Francescani, Congregazione della Dottrina Cristiana, Opere Missionarie, e quelle dell'Azione Cattolica: Unione Donne, Unione Gioventù Femminile, Unione Giovani. Quest'ultima, rimasta inattiva per 10 anni dopo lo scioglimento, fu ripresa da Don Moretti l'anno successivo 1932 "con pochissimi giovinetti", ma pochi anni dopo erano una ventina, "con a capo un giovanotto tutto spirito: Villa Stefano". Istituì anche l'Unione Uomini, "ma non resistette, si sgretolò da se, troppo indifferentismo tra gli uomini, sebbene ci siano anche dei buoni in parrocchia, ma fiacchi, senza midollo, temono affrontare gli ostacoli del rispetto umano, non frequentano mai la Dottrina Cristiana".
Nel 1933 le sezioni dell'Azione Cattolica erano complete. Lo si esigeva in tutte le parrocchie. Era Presidente degli Uomini Cattolici Antonio Grassi, delle Donne Cattoliche Ermelinda Calamari, della Gioventù Femminile Rita Molinari, della Gioventù Maschile Piero Grassi. Purtroppo non esiste in archivio (come in gran parte delle Parrocchie, purtroppo) documentazione dell'attività di quegli anni ne del tempo precedente e seguente. Nel 1935 diede inizio alla Confraternita del Santissimo Sacramento, pure obbligatoria nelle Parrocchie, e la costituì con membri dell'Azione Cattolica. E' probabile che esistesse anche quella della Dottrina Cristiana, obbligatoria. Si teneva la "Dottrina" per i ragazzi fino alla quinta elementare tutte le domeniche, anche d'estate, con esami in agosto, ed inoltre tutti i giorni di Quaresima.
Si celebrava la Festa patronale della Natività di Maria Santissima nella seconda domenica di settembre, con processione. Anche le feste di Sant'Isidoro e del Corpus Domini avevano la processione. Si aggiungeva quella caratteristica delle Rogazioni per la benedizione della campagna. Si tenevano le Santissime Quarant'ore e un corso di Esercizi Spirituali al popolo sotto Pasqua in luogo delle prediche quaresimali. La Via Crucis eretta di nuovo nel 1934 era largamente in uso, come in ogni parrocchia.
L'andamento di una Parrocchia normale, dunque. Ormai erano cessati gli scontri con gerarchi e gerarchetti, tanto più che Don Enrico era un sacerdote alla mano, vicino alla gente.
Eppure già nel 1936/37 incominciò a pensare di lasciare Retegno. Scrisse nella "Cronistoria": "Mi avevano detto quando sono venuto a Retegno: è una parrocchia di passaggio... Mi sono un po' illuso in questa idea: è vero che Retegno è povera, il Beneficia e misera, ma i Superiori sapranno poi ricompensare...".
No, non ebbe di meglio, non fu ricompensato, ne dagli uomini, ne dai Superiori. Partecipo a ben quattro concorsi in due anni. II Vescovo lo invitò ad andare a San Zenone, e Don Enrico scrisse al Vescovo: si, ma se mi manda senza esami, perchè ne ho appena fatti quattro, a vuoto. Niente esami, niente parrocchia! Rimase a Retegno.
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Interventi per le Chiese
Interventi urgenti erano richiesti dalle Chiese.
L'Oratorio di S. Isidoro al Borgo si trovava in cattivissime condizioni. Non era possibile ripararlo perchè mancavano i mezzi. E Don Moretti concluse: "A malincuore, purtroppo bisognerà lasciarlo cadere". Tolse l'altare e fece rimontare nella Chiesa parrocchiale al centro del presbiterio. La chiesetta rimase chiusa; durante la guerra fu affittata ad un commerciante che ne fece un deposito di ossa.
L'Oratorio del Cristo era nelle stese condizioni. "E' doloroso - scrisse - non poter riparare neppure questo". Nessuna riparazione, infatti, fu eseguita, il successore trovò la cappella ridotta a un mucchio di pietrame.
Per la Chiesa parrocchiale bisognava invece intervenire, e urgentemente. Dopo l'apertura della parete perimetrale della chiesa per annettervi una "tribuna" per gli uomini, nel 1913, la volta (sorretta da quel lato -il sinistro, guardando l'altare -da due travi di ferro) aveva incominciato a cedere, e così pure la tribuna, ricavata da una casupola addossata alla Chiesa. Don Moretti fece puntellare il tutto, tirò a lungo nella speranza che i Retegnini si movessero, e - pressato dallo stato di pericolosità dell'edificio - decise di intervenire. Si era appena prima della seconda guerra mondiale.
II progetto fu preparato dall'ing. Cesare Luca di Codogno, in modo da poter essere realizzato a tappe. Fu rafforzata la parete che sosteneva la volta ed era stata in parte demolita; fu ricostruita di nuovo la "tribuna" (che ora fa da sacristia) e la cappella laterale adiacente; fu eliminato l'altare maggiore di legno che si era sfasciato e fu sostituito da quello prelevato nella chiesa del Borgo; il coro fu ampliato con una piccolo abside.
Spesa preventivata L. 35.000; effettiva 30.000. II Comune contribuì con 10.000 lire. "Retegno diede quel che potè, in un anno raccolsi L. 3000. I due ricchi di Retegno diedero la misera somma di L. 1500, padre e figlio compreso. Il denaro mi venne spedito da Milano e mi aiuto mio nipote Dottore Mose Moretti".
Se queste erano le offerte della Parrocchia, come si poteva pensare a restaurare le Chiese del Borgo e del Cristo?
Per non lasciar cadere la devozione a San Isidoro, nonostante la chiusura della Chiesa, acquista una statua del Santo, in legno, dagli artisti di Ortisei, Val Gardena, da conservare nella Chiesa parrocchiale. Costa 70.000 lire, delle lire svalutate del dopoguerra. E non fu l'ultimo suo dono. Bisogna dire che spese molto di suo per la Parrocchia di Retegno, molto più che i retegnini.
Alla pratica per l'autorizzazione ai lavori di restauro -avviata in data 17.4.1939 e tutt'ora esistente in Curia -e allegata la relazione del sopraluogo effettuato da Don Fugazza. Questi constata che era in corso di demolizione la parte pericolante, che erano già stati sistemati l'altare e l'abside; ed aggiunse che c'era estremo bisogno di un intervento anche nel lato dove si trovava la sacrestia (a destra, guardando l'altare). Suggerì di far aprire le pareti verso l'altare anche di questi due locali, in parallelo a quelli di fronte. Un suggerimento opportuno, che venne in seguito accolto. Nel '40 il benemerito Dott. Giovanni Rizzi, di Retegno ma abitante a Besana Brianza, mise a disposizione della parrocchia un ampio locale chiamato "Teatrino", perchè fu subito adibito a questo scopo, oltre che ad aula di Catechesi.
II giorno 21 ottobre 1942 Mons. Giuseppe Rolla novello Vescovo di Forlì consacra l'altare maggiore dedicandolo alla Beata Vergine Maria Lauretana. Un giorno di gioia in un tempo di preoccupazioni e paure, come vedremo.
Don Moretti tenta anche di far rettificare i confini della Parrocchia. Con ragione, a mio parere. Furono gli abitanti stessi delle poche case al di qua della ferrovia a inviare al Vescovo una petizione perchè decretasse il passaggio della piccola zona dalla Parrocchia di Codogno, dalla quale erano separati dalla ferrovia e che era raggiungibile con un lungo giro, alla Parrocchia di Retegno, confinante, alla quale già si rivolgevano. Si trattava degli abitanti di Rosa Fiorita, Villa Adda, Casette Ferrovieri, Ca' dei Ratti, Latteria Polenghi. II Prevosto di Codogno Mons. Grossi fece una visita di controllo, espresse parere favorevole. Ma la risposta fu: no, e una prima e una seconda volta (nel 1935 e nel 1937).
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La 2a guerra mondiale e il dopoguerra
Gli anni dei quali abbiaino appena parlato videro rafforzarsi l'adesione al Regime della stragrande maggioranza o quasi totalità del popolo italiano; e il potere di Mussolini, il "Duce", ed insieme la concordanza, che divenne poi soggezione, con la politica del Terzo Reich di Hitler. La guerra fu l'inevitabile approdo. La guerra voluta e preparata.
La conquista dell' Abissinia per farsi un impero nel 1935; la partecipazione con uomini ed armi alla guerra civile di Spagna; il colpo di mano in Albania non furono che le prove generali. Seguì il patto di acciaio con Hitler. Hitler annesse la Cecoslovacchia. Il l° settembre 1939 invase la Polonia. Incominciò la seconda guerra mondiale. Il 10 giugno 1940 entrò in guerra l'Italia. Invano i Papi Pio XI all'estremo della vita e Pio XII tentarono di fermare i governanti (in Italia, il Re e Mussolini) prima che l'Europa e il mondo venissero sommersi in un nuovo bagno di sangue.
La guerra non si combatte soltanto al fronte, ma colpì anche il territorio nazionale. Da subito, dall'estate di quell'anno, incominciarono i bombardamenti aerei .non solo sugli obiettivi militari, ma sulle città, sulle popolazioni inermi, difese, da noi, con qualche buffa postazione (mitragliatrice) contraerea. Al termine della guerra i vincitori processarono i vinti, ma quanto a spietatezza non furono da meno.
Anche Retegno ebbe i suoi morti, giustamente ricordati ed onorati il 4 novembre con quelli della prima guerra mondiale: Franco Cipolla, Francesco Delledonne, Mario e Marino Pienti, Emilio Serioli. Ed i suoi dispersi senza ritorno: Giovanni Cighetti, Vittorio Pavesi, Domenico Rossi, Giuseppe Traversoni, Carlo Ribaldi, Gaetano Codazzi, Aquilino Rognoni.
La guerra toccò anche il paese: a un passo da una stazione importante come quella di Codogno, non poteva essere al sicuro. Don Moretti nelle poche pagine (le ultime della Cronistoria) dedicate alla guerra, annota nell'anno 1942 la minaccia e la paura dei bombardamenti e mitragliamenti. I danni si ridussero a qualche mitragliamento.
La repentina e tardiva deposizione di Mussolini, 1'8 settembre del '43, la dissoluzione dell'apparato del Regime e in gran parte dell'Esercito Italiano, e poi l'occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, crearono disertori e sbandati, ricercati dalle famigerate bande della Muti e della Resega. Presidi militari tedeschi erano anche a Retegno e Fombio. Qui, per vendetta contro un assalto di partigiani al castello, furono fucilati tre uomini. Deportazioni ed esecuzioni sommarie si moltiplicarono anche nel Lodigiano.
Questo aspetto della guerra fu conosciuto anche a Retegno. Fu circondato il paese. Qualcuno fu fermato, altri riuscirono a fuggire; Bianchi Rino catturato all'angolo del Cristo, fu deportato in Germania.
Don Moretti dette ospitalità a militari sbandati. Scrisse: "La mia casa fu meta di fuggiaschi militari, di ogni regione d'Italia, Venivano da Pavia, da Mantova, da Cremona a piedi. Li rifocilavo, li nascondevo, poi al mattino prestissimo se ne andavano attraverso i campi". Di quasi tutti ebbi notizia che raggiunsero la loro casa,
Uno solo, di Pavia Borgo Ticino, fuggito dai tedeschi a Piacenza, tutto stracciato, in stato miserando, l'ho rifocilato, vestito con camicia, maglietta, calzoni, giacca di mio nipote il dottore. Cascò ancora in mano dei tedeschi, perchè non diede notizie di se".
In seguito, altri bisognò nascondere. Erano i giovani renitenti alla leva o disertori delle forze armate "repubblichine", o partigiani. Su questi incombeva la deportazione in Germania. Aiutarli, nasconderli comportava un pericolo gravissimo. Eppure furono molti i sacerdoti che rischiarono la vita per mettere in salvo questi giovani. Don Moretti scrive: "1944, Anche in quest'anno si ebbe qualche fuggiasco militare ma era la vita che si arrischiava, Bisognava nasconderli bene. Al mattino prestissimo, via attraverso i campi". Per cose del genere Mons. Giuseppe Arioli, ora stimatissimo decano del Clero Diocesano all'eta di 103 anni, allora Parroco di Bargano, scoperto (metteva in salvo prigionieri inglesi fuggitivi), fu rinchiuso a San Vittore, e solo l'intervento personale del Cardinale Schuster Arcivescovo di Milano lo salvò dalla deportazione nei campi di sterminio. Con Mons. Arioli, Don Calderara parroco di Massalengo, Don Sandro Beccaria e Mons. Nicola De Martino di Sant' Angelo Lodigiano. Don Mario Ravani Parroco di Secugnago ospitò di nascosto elementi di primo 'Piano della Resistenza. Altri sacerdoti erano addirittura nelle file della Resistenza, come Don Pierino Rinaldi di Casale e Don Nunzio Grossi di Codogno. Quanti altri si dovrebbero ricordare? Nessuno dei sacerdoti se ne fece un vanto, come di atti di eroismo (e lo erano), quando appena finita la guerra tutti si proclamarono Partigiani. Una pagina gloriosa di storia del Clero Lodigiano (ma dovremmo dire: italiano), che rischia di venire dimenticata perchè i protagonisti non sono stati facili a raccontare e vanno scomparendo, come i testimoni.
Senza l'apporto dei cattolici e della stessa Chiesa non sarebbe stata possibile la Resistenza: il riconoscimento venne da Palmiro Togliatti primo segretario del PCI dopo la guerra.
Gli ultimi militari Don Moretti li mise in salvo poche settimane prima della Liberazione. Cinque militari italiani addetti alla postazione di tre batterie antiaeree piazzate a Retegno a protezione della stazione. "Anche tra loro tedeschi c'era chi era stufo". Uno di questi - austriaco, professore di italiano, latino e religione in un collegio di Vienna - quando smontarono la postazione per caricarla su un treno diretto al Brennero (l'esercito tedesco era ormai in ritirata) chiese al Parroco di aiutare i cinque italiani a sparire dalla circolazione .
La stessa notte Don Moretti portò a casa sua i cinque. Al mattino, travestiti da ferrovieri, se ne andarono. Tutti mandarono loro notizie da casa.
"Fu l'ultimo mal di testa, almeno credevo". Non fu l'ultimo: incominciò tutta una nuova serie, d'altro tipo. II 25 aprile portò un assetto politico radicalmente diverso. Nel Nord l'esercito tedesco, incalzato dagli Alleati, era in fuga verso il Brennero, lasciando la Repubblica Sociale ridotta in macerie. Assunse il potere il Comitato di Liberazione Nazionale, espressione della Resistenza. Dopo la dittatura e la guerra, la pace e la democrazia. Un cambio in meglio, in assoluto; atteso da un numero sempre maggiore di italiani, preparato da pochi, conquistato dalla preponderanza delle armate degli Alleati e dalla lotta e spesso dall'eroismo delle formazioni partigiane. Un cambio che non fu indolore. Alla berlina i prepotenti spodestati; qualche eccesso deprecabile (anche vicino, a Casalpusterlengo, per esempio); in altre zone (per esempio nella Emilia rossa) delle vere eliminazioni pianificate e protratte; ma in genere, bisogna dire, non si arrivò al peggio. Mancò la volontà di una autentica pacificazione, e i danni li paghiamo ancora oggi, a cinquant'anni di distanza.
I partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale occuparono tutti gli spazi, o quasi. L'arte (che in Italia ha lontane origini) di cambiar camicia, popolo di patrioti e partigiani (dell'ultima ora, anzi del giorno dopo) città e paesi, facilitando il nuovo corso. Qualche vizio continuò come prima.
Nel nuovo regime democratico, non ancora collaudato, non mancarono le prepotenze. Il Comitato di Liberazione Nazionale di Fombio "con l'ausilio dei cittadini di Fombio e della frazione di Retegno (diciamo: ad opera della Brigata Balladore) ...nel momento dell'azione conclusiva per la liberazione del suolo patrio", ricupero una grossa somma, L. 6.127.500. "Mano armata la somma fu prelevata...da parte dei componenti il gruppo volontari operanti nel CLN di Codogno". Al Sindaco Vasco Betti non rimase che "rivendicare il merito... rilevare l'ingiustizia...biasimare l'arbitrio...riservarsi ogni azione a tutela" con una lettera indirizzata ai Partigiani e al CLN di Codogno.
"Venne la liberazione. Qui quasi tutti furono partigiani-spartigiani. Quante ladrerie si sono commesse. Qualcuno -per non dire parecchi -si è fatto ricco rubando dei buoni biglietti da milIe ai fuggiaschi, ma pochi sono quelli che ne approfittarono bene, perchè ben presto quei denari hanno cambiato tasca, passarono agli speculatori e agli osti".
Don Moretti scrisse queste parole alcuni anni dopo, aggiornando con le brevissime pagine che ho citato la "Cronistoria" in preparazione alla Visita Pastorale del novembre 1947: quindi a sufficiente distanza di tempo per constatare quanto annotava. Altro aggiunse il successore: "I treni si fermavano spesso per intere settimane alla stazione coi relativi carichi di merci varie: non si può immaginare come i Retegnini si siano arricchiti rubando su questi treni". Ed enumera, evidentemente riportando le voci che giravano, "come le abbiano apprese da persone qui residenti e degne di stima": zucchero, caffe, vestiario, botti di vino, cognac e simili, divise militari, lana, cavalli, muli, asini, casse di cioccolato e viveri di sussistenza. Ancora nel '50 si vedevano in giro vestiti rubati. Rimaneva "una sala arricchita e rimasta tale" mentre altri avevano finito "coll'essere imprigionati, altri immiseriti... I più consumarono tutta disordinatamente". Un "povero diavolo" che rubò sua parte, vendette tutto, nascose i biglietti da mille in casa, e dopo anni li portò in banca: marciti completamente.
Evidentemente la malapianta della Retegno Imperiale -covo di briganti -non era morta del tutto, e alla prima occasione, benchè a molta distanza di tempo, aveva germogliato di nuovo! E rispuntarono i proverbi: "Retegnin...".
Bisogna anche dire che anche in altre stazioni a pochi kilometri di distanza succedevano le stesse cose. Succedeva che appena finiti i mitragliamenti torme di ragazzi si precipitassero nei campi a raccogliere i bossoli, da vendere. A conferma del principio che non tutto il male viene per nuocere.
E poi non è detto che a rubare nella stazione di Codogno siano stati solo "quelli di Retegno". Molte requisizioni furono ordinate dopo la guerra a Codogno e in tutta la zona.
Rimane nella memoria di chi ha vissuto quegli anni un saccheggio a cui la popolazione partecipò, per cosi dire, in massa: quello del "bando", avvenuto appena dopo 1'8 settembre del '43. II treno, fermo in stazione, fu letteralmente svuotato. II Commando militare tedesco ordinò la restituzione con manifesti che iniziavano con un vistoso "bando" e dispose un rastrellamento nelle case: i retegnini restituirono disciplinatamente... i fornelli!
Don Moretti, che pure annotò con sincerità gli aspetti negativi della Parrocchia, nell'ultima sua annotazione nella "Cronistoria" avanzò una scusante: i Retegnini sono Codognini, magari "i rifiuti di Cadogno che vengono qui", si dicono Codognini non Fombiesi (così scrive); vicinissimi a Codogno, ne sentono tutte le cattive influenze.
Pare di poter concludere: non diamo tutte le colpe a Retegno!
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L'aspra battaglia anticomunista
La frase sopracitata è del 1947. Don Moretti visse ancora tre anni, ma non aggiunse parola.
Furono gli anni peggiori, che lo stroncarono. Preferì stendere un velo su fatti molto dolorosi, riducibili alla durissima lotta che a Retegno come in tutta l'Italia la Chiesa in ogni sua espressione sostenne contro il Comunismo, in difesa della fede e della libertà, religiosa e civile.
Caduto il Fascismo, ricomposta l'Italia sotto un solo governo, affermatasi la scelta democratica, partiti ed ideologie da subito si trovarono in lotta per guadagnare elettori alla propria causa e conquistare il potere. Due partiti furono avvantaggiati: la Democrazia Cristiana sostenuta dalla Chiesa e che poteva attingere uomini e idee preparati a lungo, sotto il Regime Fascista, nell' Azione Cattolica; e il Partito Comunista Italiano, foraggiato, sostenuto e controllato dalla Russia. Si trattò allora di schierare l'Italia tra le nazioni indipendenti dell'Occidente o tra i satelliti della Russia. Grazie a Dio, al buon senso degli Italiani, al valore di chi credeva veramente nella democrazia, agli Stati Uniti ed Alleati, l'Italia rimase libera e democratica. Ci furono molte pecche, esplose anche nei nostri giorni, ma sono da attribuire equamente a tutte le parti. Avesse vinto nel'48 il PCI col satellite (allora) PSI, l'Italia avrebbe seguito la triste sorte delle nazioni dell'Est, ridotte a colonie della Russia. Sappiamo tutti cos'è saltato fuori, al crollo del Comunismo, della vita che la gente, i lavoratori, conducevano in quelle nazioni e nella stessa Russia, dai tempi di Stalin, anzi di Lenin ( cioè dalla instaurazione del Comunismo) in poi.
Altro che la Patria dei lavoratori! Purtroppo furono molte le persone anche nella nostra zona che si lasciarono ingannare da chi invece sapeva e mentiva. C'era in esse l'anelito, umanissimo, cristiano anzi, di una maggior giustizia sociale e poi di un benessere più equamente diffuso: anelito, del resto, condiviso da tutti. Vedevano nel Partito l'impegno per la classe operaia (non sempre, in realtà, fu a favore), ma non l'ideologia marxista, materialistica, anticristiana.
E cosi anche a Retegno, con la più grande sofferenza del pastore, si trovarono su fronti opposti cattolici che volevano esser fedeli alla Chiesa e cattolici che per la Religione (dicevano) seguiva- no la Chiesa, e per la politica, il lavoro, il pane, il Partito. Nel quale contava solamente, in alto e in basso, chi era dichiaratamente contro la Chiesa.
Lo scontro fu particolarmente duro dove i Socialcomunisti erano al potere e in maggioranza (Comuni o Province e Regioni, come l'Emilia Romagna), perchè da subito risultò evidente il progetto di occupare tutti gli spazi, limitando e intralciando il più possibile ogni attività della Chiesa che non si riducesse al culto.
Duro fu anche a Retegno, tra la maggioranza rossa e una minoranza, comunque combattiva, che si riconosceva nella Democrazia Cristiana. "Tristissimo evento e stato in questo dopoguerra l'affermarsi del Comunismo in Retegno". Ebbe (scrisse il successore di Don Moretti) "una sequela molto numerosa di persone tra le quali molte donne. La frazione di Retegno credo sia la più rossa fra tutte quelle della zona".
Mi permetto una citazione un po' lunga di quanto ha scritto Don Tavazzi circa gli ultimi anni di Don Enrico, dei quali Don Enrico aveva, con molta delicatezza, taciuto. "Fu ripetutamente attaccato (dai comunisti) a parole, con scritti sul giornale murale, con minacce e brutte intimidazioni.
Perchè morì Don Enrico Moretti? II male fisico fu un'ulcera allo stomaco: don Enrico fu operato all'ospedale di Codogno una prima volta in aprile ed una seconda volta in giugno perchè la prima operazione non era riuscita bene; dall'Ospedale fu portato a casa a morire. Ecco ora gli antefatti della morte. Generalmente Don Enrico si portava a Codogno il mattino pel disbrigo dei suoi affari. Nel gennaio dello stesso 1950 si recò a Codogno nel tardo pomeriggio di un giorno e se ne stava ritornando la sera, quando giù era buio, dalla parte della roggia lungo il viale che porta a Retegno, quando improvvisamente fu assalito alle spalle da due individui che tenevano il cappello sugli occhi e a viva forza lo spingevano in detta roggia. Urlando e reagendo Don Enrico a stento si salvo dall'acqua e dal pericolo per il sopraggiungere di gente. I due fifoni delinquenti si dileguarono e rimasero per sempre sconosciuti.
Nel febbraio dello stesso 1950, di giorno, entra nello studio della canonica un parrocchiano, e si presenta a Don Enrico intimandogli di smettere una buona volta di parlare contro i comunisti dal pulpito. Don Enrico cercava di spiegare come quella predicazione facesse parte ne più ne meno del suo dovere. A questo punto dice di essere stato inviato dai dirigenti della sezione del Partito Comunista di Retegno e di avere l'ordine di uccidere il parroco se non avesse promesso di smetterla contro i comunisti, ed estrae di tasca la rivoltella puntandola contro il sacerdote. Alle grida di questo si precipitano nello studio i tre familiari di don Enrico, e per la seconda volta egli resta salvo.
Nel marzo dello stesso 1950, di notte, alle ore 2, don Enrico si sveglia perchè sente un fracasso in corridoio: presta attenzione e distingue dei passi; il cane abbaia, e don Enrico, messa la veste, inforca il fucile da caccia; apre la stanza e si trova di fronte ad un figuro il quale, visto il fucile, si precipita dalla finestra nascondendosi fra le piante del cortile della canonica; don Enrico, dal corridoio, spara in aria due colpi di fucile: accorre metà Retegno, ma il delinquente non si trova.
I preti del vicinato, i familiari e i parrocchiani affermano concordemente che da quella notte don Enrico non fu più uomo. Si sbrigò a cercarsi una casa in Codogno volendo rinunciare alla parrocchia, ma non arrivò in tempo; il male lo assalì e lo porta alla tomba. Non volle rivelare il nome dell'assassino che conobbe.
Aveva iniziati i lavori di restauro della Chiesa nella primavera del 1949 e quando questo lavoro stava per terminare don Enrico morì senza avere la soddisfazione di vederla.
Povero santo prete! Iddio ti conceda il premio della Sua Gloria e la palma del martire! Requiem". Firmato don Mario Tavazzi parroco.
Don Moretti morì "santamente" il 19 giugno 1950. "II rimpianto fu generale e commosso in tutta la parrocchia anche da parte dei comunisti i quali pure parteciparono ai funerali e ne venerarono la memoria pur avendolo ripetutamente attaccato", scrisse ancora don Tavazzi. Dopo i funerali, la salma fu sepolta nel cimitero di Turano Lodigiano nella tomba di famiglia.
Due anni dopo, quasi nello stesso giorno il pronipote Pier Emilio figlio della sorella Maria, seminarista, ritornato a Retegno in casa dello zio dott. Mosè Moretti che continuava ad abitare nella casa parrocchiale, si sentì male, fu ricoverato nell'ospedale di Codogno per appendicite, peritonite e setticemia, fu operato. Nel pomeriggio del 13 giugno fu riportato a casa, il mattino successivo morì santamente all'età di 19 anni, Don Tavazzi scrisse: "era un santo ragazzo". Ai funerali parteciparono superiori e professori del Seminario, un centinaio di seminaristi, il clero dei dintorni, e tutta la popolazione di Retegno. Fu sepolto nella tomba di famiglia, a Turano. II 25 gennaio del '53 morì anche il dott. Moretti, lasciando un grande rimpianto. Era un medico molto stimato e valido, e molto caritatevole.
C'e gente che ancora ricorda come in occasione dei funerali molti si accorsero che i Moretti si erano ridotti in ristrettezze: Don Enrico aveva speso tutto per la Chiesa.
Don Enrico è forse il Parroco di Retegno più ricordato. Una lapide, che era posta in chiesa e fu spostata all'esterno in ossequio alle disposizioni liturgiche, ne perpetua la memoria. Ogni anno, la seconda domenica di novembre, si faceva la visita alla sua tomba a Turano e a quella del seminarista Pier Emilio e del dott. Moretti. Visita che si estendeva anche alle tombe dei Parroci defunti ancora ricordati: Don Mario Tavazzi, Don Felice Paggetti, Don Mario Prandini. Una tradizione da non trascurare, perchè e giusto che si ricordino i Sacerdoti che hanno dedicato la loro vita al servizio della Parrocchia.
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Antonio Tolomeo Trivulzio-Gallio,
Principe del Sacro Romano Impero e della Valle Mesolcina, Barone di Retegno Imperiale (1708-1767)
"Antonio Tolomeo Trivulzio-Gallio figlio di Antonio Gaetano e di Laura del Conte Renato Borromeo, nato 1696.
Nel 1702 è nominato Colonnello di un Reggimento di Coraizieri. L' Imperatore Giuseppe I gli conferma i suoi privilegi, 1708, e nel 1710 lo nomina Capitano delle Guardie Alemanne nel Regno di Napoli, conquistato dagli imperiali nella Guerra di successione al trono di Spagna (1707). Antonio Tolomeo ottiene da Carlo VI l'investitura feudale di Mesocco, Valle Mesolcina e Retegno, 1712; dallo stesso è nominato Grande di Spagna, 1716; decorato del Toson d'oro, 1732; fatto Generale Maggiore di cavalleria e Comandante della Piazza di Lodi, 1733.
Mortagli di vaiolo l'unica figlia Maria nel 1727, e la moglie Maria figlia del Conte Carlo Archinto nel 1762, rimasto solo e ricchissimo, offre le sue dovizie all'augusta Maria Teresa; l'imperatrice ricusa l'offerta, ed egli, con estamento 23 agosto 1766, consacra le sue facoltà ad una istituzione filantropica, destinando il suo splendido palazzo in Via della Signora in Milano a Pio Albergo per i poveri vecchi settuagenari dell'uno e dell'altro sesso, donandolo colle rendite dei suoi possessi di Casalpusterlengo, Trivulzio, Bettola e Retegno. Muore in Milano, 1767. Il Pio Albergo da lui istituito fu aperto quattro anni dopo la sua morte, e alla cerimonia dell'inaugurazione assistè fra gli altri l'insigne poeta Pietro Metastasio, amicissimo del testatore.
La spoglia del Trivulzio, per sua espressa volontà, fu deposta nella Chiesa dei Cappuccini di Porta Orientale; ma, demolita questa, fu tolta di là e trasportata nel Pio Albergo con bella e commovente cerimonia sulle spalle degli stessi secchioni da lui beneficati".
(da GNECCHI 1887, p. 41).
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