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UN PO' DI STORIA


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LA STORIA DELLA ZECCA



Retegno vanta una propria storia di comunità autonoma

L'origine del suo nome sarebbe da collegarsi all'usanza dei pescatori del luogo di stendere una gran quantità di reti ad asciugare al sole. Il promontorio da essi abitato sorgeva sulle rive del Lago Barilli o Lambrello (un ramo secondario del Lambro, un tempo staccatosi dal fiume ed attualmente prosciugato) ed era circondato da vaste paludi che isolavano e difendevano naturalmente il luogo, tanto da farne, col tempo, il rifugio preferito di gente bandita da altre terre e di malviventi, i quali si mescolarono agli originari abitanti.
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Sulle rive del lago Barilli
La nostra storia incomincia con un lago. Un lago che c'era, e non c'è più. Le antiche carte lo chiamano Barilli o Barisi. Da Retegno, o meglio dal Borgo si vedono le bassure che ne costituivano i fondali. Lagune, paludi, acquitrini, alimentati dalle periodiche bizzarrie (dalle quali non c'era riparo) del Po ed anche del Lambro, che vi si gettava a Mezzana Casati.
Il lago Barilli faceva il paio con un'altra estesissima palude, il lago Gerondo, creato ed alimentato dall'Adda. Dai dintorni di Lodi si estendeva fino a Camairago, Cavacurta, Gera d'Adda.
Il lago Barilli, dunque. Sulla costiera, antiche località: dalla bassura della Mirandola, a Fombio, a San Fiorano, Santo Stefano, Corno Giovine, Corno Vecchio.
I «terreni alti che non inondano» (per usare le parole dell'arch. Barattieri) continuavano a Meleti e Castelnuovo. Mettiamo nel numero Retegno.
Tra rane, giunchi e canne nacque Retegno. Non pochi nomi di luoghi dove si esercitava la pesca (le "piscationes") appaiono in atti di investitura e di compravendita. La pesca era una attività importante, dava da vivere.
Quanto a Retegno, il Goldaniga scrive: «Antichissimo è questo Villaggio, e massime quella parte, che chiamasi Borgo Piacentino, costando essere ivi povere Case de' Pescatori atteso il lago vicino de Barilli fino all'anno 600 di nostra redenzione, reggendosi in que' tempi quelli abitatori da se, quasi in picciol Republica».
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Alle spalle, Codogno, terra ferma
Dieci anni prima i Franchi avevano aperto un nuovo letto, più breve, un "cavo" ("cava curta") dall'Adda al Po. Altra terra fu ricuperata con lo scavo del Fossadazzo, che scaricava negli avvallamenti nei pressi di San Fiorano4.
Nei primi decenni del 1300 una provvidenziale inondazione del Po, o lo scavo di un altrettanto provvidenziale canale, cancellò l'ultimo tratto del fiume Lambro, e il fiume sfociò nel Po direttamente a Corte Sant'Andrea.
Celebri Abbazie e Monasteri si resero grandemente benemeriti coll'incanalare acque, ricuperare terreni, trasformarli in ottimo terreno arabile: il Monastero di San Vito, quello di Ospedaletto Lodigiano, i Benedettini di Santo Stefano al Corno, quelli del Cerreto. Ebbe inizio così quell'opera immane che portò al ricupero di tutto il territorio e lo rese fertilissimo. Ancor oggi suscita ammirazione la canalizzazione e la distribuzione delle acque nel Lodigiano.
Già verso la metà del '700 il Goldaniga rilevava che per merito della Muzza e di «altri cavi di scolo» (e tra questi cita la Guardalobbia) e di «moltissimi più piccioli cavi da irrigare», acque stagnanti e paludi lasciavano il posto ad un piano «coltivato dall'aratro, irrigato dall'acque al bisogno, fecondo, e fertil terreno di grani, e fieni, ove pria guizzavano i pesci»5. Il Goldaniga (codognino, frate del Convento dei Minori Riformati di Codogno) si lascia prendere da una vampata di amor patrio, e citando un più antico scrittore afferma6: il Territorio di Codogno è "una delle più fiorite porzioni dell'Agro Laudense" questo è il più fertile della Gallia Cisalpina, la quale eccelle su tutte le altre parti d'Europa, la quale a sua volta eccelle sull'Africa e sull'Asia (quando scriveva l'antico scrittore l'America non era ancora stata scoperta, e tanto meno l'Oceania), "così che possiamo dire - conclude - che l'Agro Lodigiano è il più fortunato -"beatissimum" -di tutti quelli che il cielo copre"!. Insomma, più fortunati di così, si muore!
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Le prime notizie del territorio
carta del 1704, Retegno in territorio milanese e Fombio in quello milanese Nell'anno 725 Liutprando re dei Longobardi fece dono di «molti beni» per 21.000 pertiche al Monastero di San Pietro in Ciel d'Oro in Pavia. Tra questi, "ville" o villaggi del lodigiano, è compreso "Flumbum", cioè Fombio. E' la prima volta che appare questo nome. Flumbum, Flumbo, da "flumen Padi", fiume Po7, o semplicemente da "fluvius, flumen", fiume. Nel villaggio c'era una chiesa, probabilmente fatta costruire dallo stesso Liutprando8. I monaci di quel monastero (benedettini di San Colombano) o il Re loro protettore la dedicarono al famoso santo monaco irlandese che un secolo prima, nell'anno 614, aveva fondato a Bobbio l'ultimo monastero, giusto per morirvi ed esservi sepolto l'anno successivo.
Ma "Flumbum" non si trovava dove si trova ora Fombio e quindi nemmeno la chiesa. Il Palazzina dice: «Tra Fombio e San Fiorano»9. Il Goldaniga, «attenendosi al probabile», ritiene che la chiesa primitiva si trovasse tra San Fiorano e Retegno e avesse nella sua giurisdizione «le basure fraposte , Retegno... ed altri Cassinagi nell'alto poste or dette le campagne di Fombio»10. Il particolare è importante, e rende meno probabile l'identificazione proposta dall'Agnelli col "Chiesuolo" che esisteva una volta a levante del "Castellazzo" 11. Identificazione che il Goldaniga ignora. Evidentemente, la chiesa di San Colombano non si trovava nella bassura, o nel lago Barilli; si trovava lungo la costiera che ho sopra ricordato.
Possiamo azzardare l'individuazione nell'attuale Borgo (da notare: Borgo di Fombio, non di Retegno) e in una sua chiesa primitiva? Sta il fatto che nei documenti del tempo o appena posteriori si colgono nomi di località che potrebbero anche essere ipotizzate nei pressi dell'agglomerato che fu chiamato in seguito "Il Borgo".
Comunque non risulta in quel tempo alcuna indicazione od indizio dell'esistenza di altre chiese nelle località circostanti. "Flumbum" non poteva essere più in là del Borgo, cioè del territorio che è sempre stato storicamente annesso a Fombio12.
La chiesa dedicata a San Colombano esisteva dunque nell'anno 725. Lo storico codognese don Davide Palazzina opina che fosse stata costruita dal predecessore Agigulfo (e siamo tra il 591 e il 615)13.
Ed ora diamo una occhiata alle chiese dei dintorni. Premetto una precisazione: i documenti non riportano la data di costruzione, ma solamente attestano che in un determinato anno la chiesa esisteva. Poteva esistere, specialmente nelle "corti", da molto tempo.
D'una sola chiesa più antica si hanno notizie: quella dedicata a San Fedele, costruita sopra un tempio di Apolline nell'anno 390 da un sacerdote di nome Ilario inviato dal Vescovo di Milano S. Ambrogio, nella omonima località di Santo Stefano Lodigiano. Va detto, però, che la voce raccolta da Fra Bergamaschi vicario di quella abbazia tra le sue "Memorie" non è suffragata da prove ed è piuttosto difficile da accettare.
Il territorio apparteneva infatti al Municipio romano di Laus Pompeia dove era Vescovo San Bassiano. E' del tutto improbabile che un sacerdote sia stato mandato dal Vescovo di Milano Ambrogio, amicissimo di Bassiano. E' documentata l'esistenza nell'852 nello stesso luogo (chiamato Ripalta) della chiesa dedicata a Santo Stefano protomartire, fatta erigere dall'Imperatore Ludovico II e distrutta pochi decenni dopo 14.
La cappella di San Vitale di Corte Sant'Andrea esisteva negli ultimi decenni del 70015; quella di Senna ("Curte Sinna" con "Palacio Regio" dei re Longobardi) esisteva da prima dell'820 16; nell'835 esisteva una chiesa dedicata a San Colombano a "Casale Lupano", una corte che si chiamava San Vito 17, e da prima dell'887 quella di Meleto ("Meletum") dedicata a San Quirico 18. Numerose le chiese delle quali risulta l'esistenza dopo l'anno 1000: San Biagio in Codogno nel 1025; Santi Gervasio e Protasio a Maleo ("Fuori del castro" o luogo fortificato) nel 1028; le quattro chiese di Casale ("Casale Gausarii") nel 1039; quelle di San Vito e Camairago nello stesso anno, e molto probabilmente di Monte Ilderado (Somaglia), Zorlesco e Vittadone ("Vitatoni")l9.
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Sotto la protezione di un Monastero
La donazione di Liutprando fu confermata nell'anno 962 da Ottone I, il re germanico appena incoronato imperatore. Al posto dei Franchi, i Sassoni. Poi ancora dall'imperatore Corrado nel 1027 e nel 1033 20.
Nell'atto si legge ancora il nome di "Flumbo" o "Flumpo"; ma Fombio è chiamato "corte", non più "villa". Attorno all'anno 1000 le popolazioni tendevano a concentrarsi e vasti territori rimasero abbandonati. Fombio aveva assunto maggiore importanza. Non era più un piccolo agglomerato di case attorno alla chiesa di San Colombano. Era un centro agricolo, con amministratore, uffici, servizio ed oneri connessi; con mulino, torchi, fucine, fornaci dati in appalto. Vi si esercitava la bassa giuridizione, si riscuotevano le tasse. C'era un'altra chiesa dedicata a San Pietro: il Santo titolare del Monastero di Pavia. I frati che possedevano' il territorio vollero o favorirono il sorgere del nuovo abitato. Evidentemente l'agricoltura era fiorente ed era redditizia: non poteva essere che una conseguenza di sapienti opere di prosciugamento e protezione di terreni strappati agli acquitrini del lago Barilli.
Giustamente osserva lo Zambarbieri : «La presenza di proprietà monastiche conferma la tradizione sull'opera svolta dai religiosi, anche indirettamente dirigendo i lavori, nel sistemare rassetto territoriale dell'intero lodigiano: un'azione che, se non si deve retoricamente sopravalutare, non pare obiettivo neppur trascurare e comunque non è da circoscriversi solo entro le aree del Cerreto o di Villanova o di Orio Litta, ma da vedere ramificata nelle varie pieghe della nostra terra, fino ai tempi più remoti»21.
Annoveriamo pure in quest'opera di bonifica, altamente meritoria, da farne quasi i costruttori dellodigiano, anche i frati che possedevano Fombio.
I Diplomi imperiali confermarono ai frati del Monastero di Pavia la proprietà (vastissima: comprendeva oltre Fombio anche Brembio, Secugnago, Mairago, Mairano nel Lodigiano) e la diretta giurisdizione. Per noi è particolarmente importante il primo diploma, del 962, perchè vi è detto espressamente: «E similmente confermiamo le possessioni che hanno nel Contado Lodigiano, la Corte di Flumbo con due chiese, di San Pietro e di San Colombano, con ogni onore, prati, vigne, selve, terreni coltivati e no, condotti d'acqua, paludi, macine, luoghi per pescare...». C'è la descrizione dell'agricoltura locale e la conferma che il Fombio primitivo continuava ad esistere, e che era nato un secondo Fombio... che non era ancora il Fombio attuale. Si muove la gente (all'ombra della Chiesa, cioè di un monastero, c'era più tranquillità e giustizia), e qualche volta si muovono anche i paesi. Cioè si ricostruiscono (non pensiamo ai nostri paesi in muratura!) dove più fa comodo.
Se così fu, si venne cambiando il nome al primitivo agglomerato. Nacque allora il nome "Borgo"? Rimaneva come borgo della nuova "Corte". Come dire: frazione e nuova sede del Comune 22.
E' una ipotesi, ma non strampalata. Dove fu costruita la chiesa dedicata a San Pietro? Non vicino alla prima, evidentemente, perchè continuava ad essere officiata. Si può pensare al "Chiesuolo", nei pressi del "Castellazzo". Per far fronte alle scorrerie degli Ungari (almeno quelle dell'899 e del 904 toccarono anche il Basso Lodigiano), re Berengario concesse per tutto il territorio soggetto al Vescovo di Lodi 23 la facoltà di fortificare la zona con la costruzione di castelli, specie lungo il corso o nelle vicinanze dei fiumi. Altri castelli si aggiunsero nei secoli X e XI, e si formò una vera catena dal Lambro al Po, all'Adda: Corte Sant'Andrea, Castellaccio di Senna, Roncaglia, Fombio appunto, San Fiorano, quello più antico di Castelnuovo, Lardera, Cornovecchio, Maleo, San Vito, e più all'interno Codogno e Casale Gausari.
All'ombra del castello, in luogo più sicuro venne formandosi la "Corte".
All'occorrenza i vassalli vi trovavano rifugio, vi alloggiavano alcuni armati, vi si conservavano le derrate. E' possibile che la strada regina che proveniva da Piacenza, seguisse un percorso diverso, prima di piegare -alla Mirandola -, verso Somaglia, l'antica Lodi e Milano. Sulla via regina, o a poca distanza, comunque, quel castello aveva una ragione precisa.
Nel possedimento di un Monastero, in una Corte non poteva mancare la chiesa, di San Pietro appunto, la quale poteva essere nello stesso recinto fortificato come quella dei Santi Gervasio e Protasio a Casale, o nelle immediate vicinanze come quella dedicata agli stessi Santi a Maleo e la chiesa di San Biagio a Codogno.
E' comprensibile allora quel che scrive il Goldaniga, citando la Storia Religiosa di Piacenza del Campi, a proposito di questa seconda chiesa: assegna alle chiese di San Pietro il castello, la Corte di Fombio, le bassure della Mirandola, la Mirandola. «E così venivasi che confinasse con Casale, ed altre bassure verso Guardamiglio» 24.
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Le prime tracce di Retegno
Se dalla storia di un Monastero sito a Pavia possiamo ricavare qualche congettura circa le origini del Borgo e di una sua chiesa, cerchiamo di decifrare le prime tracce di Rete.gno nella storia di un altro Monastero, quello di San Vito.
Un certo conte di Comazzo di nome Ilderado, di nazionalità longobarda, signore di intere zone del lodigiano elargitegli dall'imperatore germanico Ottone I, e gran peccatore, ebbe facoltà dal Papa di sostituire una gravissima penitenza (pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Cristo a Gerusalemme, a piedi scalzi, senza moglie, perfino senza bastone e per tre anni) con un'altra meno gravosa ma più utile alla Chiesa e alla società: la fondazione di un Monastero.
Il conte Ilderado lo fece edificare nella località di San Vito "villa" o villaggio con castello e chiesa nei pressi di "Camairaco", cioè Camairago 25. Lo dedicò ai santi martiri Vito, Modesto e Crescenzia e lo dotò di molti beni. Firmò l'atto di donazione il 23 dicembre dell'anno 1039 sulla pubblica via a San Pietro in Pirolo (Cera di Pizzighettone). Fu un Monastero ricco, e la ricchezza mal amministrata lo portò all'autodistruzione nel giro di pochi secoli.
Tra i beni donati: "ville", ossia paesi interi, castelli, chiese, "corti", porti, terreni, pertinenze, decime e oneri inerenti, il tutto disseminato nel Lodigiano ed altrove.
Tra i primi, nel lungo elenco, le chiese di Casale di Causario (Casalpusterlengo) con i diritti di decima in Casale, Monte Ilderado (Somaglia), Zorlesco e Vittadone, Camairago, San Vito ("Corte di Casale Lupano") e nei dintorni Senetoco, Vinzasca e Cataria (Maiocca). Vicino a San Fiorano «otto mansi 26 di terra nel luogo chiamato super Laco con tutto il lago o rio che sfocia nel fiume Lambro, terra da arare, prati, boschi, palude, canneto, cose tutte che offriamo a Dio per il Monastero». "Super Laco", sopra il lago, "Sorlago", a settentrione del lago Barilli, mentre a meridione esisteva, a testimonianza dell'Agnelli27 una località chiamata Sottolago. Dovrebbe essere il "Solirialo" del Diploma di Ottone III dell'anno 997 con cui l'imperatore faceva dono a Rogerio di molti luoghi del Basso Lodigiano, con una grafia approssimativa28.
Il Goldaniga, parla di Sorlago: un tratto di terra che ai suoi tempi (metà del 1700) era «tutto coltivato e piantato a viti, o risare".
Là vi si trovava "Rettegno" che così si chiamava «dall'antico stender che faceva le reti su queste rive i primi abitatori di essà dopo che cavate le avevano dal Lago di Barilli o Barisi ivi congiunto»29.
L'etimologia, , l'origine del nome, è riferita e praticamente accettata dagli altri storici locali. Il Monti: «Deriva... il nome dalle molte reti che i pescatori stendevano su quei poggi ad asciugarsi al sole, dopo che dalle vicine lagune scendevano a terra colla preda fatta nel pescare. Diffatti anche al presente (il Monti scriveva nel 2° decennio del 1800) ad onta delle peripezie, che ebbe a soffrire questa rinomata terra, la maggior parte de' suoi abitanti esercita la professine di pescatore»30.
Il Cairo Giarelli: "Una di quelle etimologie che soglionsi dire parlanti; perocchè il suo appellativo) deriverebbe dal copioso numero di reti da pesca che si usavano; e non ci pare assolutamente condannevole l'induttivo asserto, poichè pel corso dei secoli - specialmente quando non era ancora prosciugato il lago Barili -ed ancora oggidì, l'industria piscatoria nell'acque e nei coli del Po è tutto di quegli incoli»31. "Oggidì" cioè circa cento anni fa. L'Agnelli riporta l'etimologia del Goldaniga32.
Si potrebbe accettare la interpretazione corrente, facile, con qualche dubbio. Quanto alla grafia, si potrebbe pensare ad una più antica, più latina o latinizzata: Retenio (come Codogno da Cotonio) o Retengo. O Artengo, diventata Artegno, conservato dal dialetto.
Non è questione da poco, perche se si individuasse la radice longobarda troverebbe conferma il Goldaniga che pone l'origine nel VI secolo.
Una questione che rimane insoluta. Quanto al significato della parola mi sembra più accettabile l'interpretazione del Dizionario di Toponomastica Utet, dei "Toponimi Lombardi" di Boselli e del Dizionario di Toponomastica di Olivari: da "ritegno" o argine di corso d'acqua.
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Uno sviluppo diviso in due
Siamo arrivati ai primi decenni dopo l'anno 1000, e troviamo già definita una situazione che si protrarrà ancora per il secondo millennio: una parte di Retegno legata a C.odogno, l'altra parte, compreso il Borgo, legata a Fombio. Ambedue le parti erano nello stesso "contado lodigiano", ma il primo dipendeva dal Monastero di San Vito, l'altro (di più antica datazione) dal Monastero di San Pietro in Ciel d'aro di Pavia. Che poi in luogo -un luogo tanto ristretto, abbarbicato sulle rive dell'immensa palude -una manciata di pescatori accomunati nella stessa misera vita si sentisse ben poco divisa dai confini di proprietà, credo sia lecitissimo pensarlo. Gli antagonismi fra piccole frazioni (per non parlare di quelli tra le frazioni e il centro principale) sono comunissimi, e si trascinano a lungo, per secoli voglio dire; ma la storia di Retegno dimostra che le due frazioni quando fu conveniente han saputo darsi da fare insieme.
La parte aggregata a Codogno e donata dal conte Ilderado al Monastero di San Vito fu confermata in feudo al Vescovo di Lodi dall'imperatore Federico Barbarossa nel 1164: «La corte di Codogno ("Cotonei") con il castello, la villa, e tutte le sue pertinenze... e il lago di Barilli che si trova tra le corti di San Fiorano, e Fombio, e Santo Stefano, unitamente a quanto già i Vescovi possedevano per donazione degli stessi Conti di Comazzo»33. Una nuova conferma fu fatta dall'imperatore Enrico VII, nel 1311. Tra i feudi, ancora Codogno «col lago de' Barilli sito tra la corte di San Fiorano e Fombio»34. Siamo un'altra volta a Sorlago?
Quel tratto di costa era raggiungibile da Codogno con una strada che ancora al tempo del Goldaniga si chiamava "Guado" «che fra queste genti suona lo stesso, che Palude»35. I confini tra i beni dell'uno e dell'altro Monastero, e dei Conti di Comazzo prima e dei Vescovi di Lodi poi, dovevano essere tanto approssima- tivi che Federico Barbarossa mise nel novero anche "Flumpo" che apparteneva e continuò ad appartenere ai Monaci di Pavia. Tanto incerti, che -nel bel mezzo -i pescatori di quella lingua di terra, si costruirono una specie di autonomia che andava ben al di là di una pur legittima affermazione della propria identità.
Il luogo e il tipo di lavoro (non c'è lavoratore più indipendente di un pescatore) li favoriva.
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Il Contado di Lodi e Federico Barbarossa
Li favorivano anche le trasformazioni profonde della società.
L'assetto politico, del territorio e in più vasto ambito, andava mutandosi radicalmente. Si disfecero i grandi feudi assegnati dagli imperatori della dinastia degli Ottoni, anche ad opera degli stessi beneficiarii (ho ricordato i Conti di Comazzo e di Bariano). Il trono che era stato degli Ottoni passò alla Casa di Franconia. L'istituto stesso del feudalismo andò in crisi, e il predominio sul territorio fu acquisito dalle città. In esse si impose una nuova forma di governo: i liberi Comuni, che a loro volta lasciarono il posto alle Signorie.
Così anche in Lombardia, Lodi compresa.
L'assetto politico fu determinato soprattutto dalle interminabili ed infauste lotte tra Guelfi e Ghibellini. Città contro città, Signori contro Signori, e nelle città una fazione contro l'altra, a seconda delle convenienze. Non si trattava più di guerricciole volute da feudatari prepotenti e rapaci, ma di interessi ben più vasti. Ogni guerra comportava su tutto il territorio passaggi di eserciti, assedi, distruzioni seguite da ricostruzioni affrettate e provvisorie, stragi, razzie, ruberie, devastazione di campi e raccolti, vessazioni della popolazione inerme, permanente stato di paura ed allarme e neile città stesse, divise in fazioni, odi inveterati, vendette, condanne, espropriazioni, esilio.
Non poteva rimanere in pace l'estremo sud del Contado di Lodi, esposto ai colpi di mano dei Piacentini e Cremonesi e naturale antemurale dell'espansionismo di Milano lungo le importanti vie di comunicazione e commerciali rappresentate dei fiumi. Con Milano o contro Milano, con l'Imperatore o con il Papa, a seconda della fazione che prendeva il sopravvento, Lodi fu distrutta dai Milanesi.
La Lodi antica, oggi Lodivecchio. Era l'anno 1111. Smantellate le mura, saccheggiate le case, incendiato quanto era rimasto, chi si salvò dall'eccidio dovette fuggire e cercare riparo nelle campagne e città vicine. Torme di profughi giunsero nel Basso Lodigiano, e si insediarono a Pizzighettone, a Cremona, nel Piacentino.
L'antagonismo tra Lodi e Milano era di vecchia data: risaliva ai primi decenni del secolo precedente. Erano cambiati allora i rapporti del Vescovo di Lodi con l'Imperatore. Lodi venne data in feudo all'Arcivescovo di Milano, Ariberto, abile ed infido politico, e condottiero più che uomo di Chiesa. Come signore feudale impose ai Lodigiani un suo Vescovo, e alla indignazione di questi rispose mettendo a ferro e fuoco i loro castelli. Arnolfo, autore delle "Gesta degli Arcivescovi di Milano", parla di «odio implacabile» tra i Lodigiani «pochi di numero, ma feroci d'animo, modesti di mezzi, ma ricchi di coraggio» e i Milanesi «1idandosi del proprio numero, della ricchezza e del valore» e dell'interminabile serie di azioni belliche e di danni che seguirono.
Con i Comaschi e i Pavesi i Lodigiani supplicarono l'imperatore Federico Barbarossa ascendere in Italia. Venne, col suo esercito.
Attraversò l' Adda nei pressi di Castiglione, il 29 novembre del 1154 alloggiò nel Monastero di San Vito presso Camairago, per sei giorni tenne una Dieta presso Roncaglia (si ritiene somaglia)36. Non bastò per tenere a freno i Milanesi, che si dettero a fortificare i castelli lungo l'Adda (Maleo, Cavacurta, Corno Vecchio). Il 23 aprile dell'anno 1158, appena dopo Pasqua rasero al suolo la città di Lodi.
Lo storico lodigiano Ottone Morena, al seguito dell'imperatore, narra la fuga drammatica degli scampati nella notte, fino a Pizzighettone. Qui gli esuli furono accolti. Ne morirono tanti che dovettero portare i loro morti a San Pietro in Pirolo (Gera) per seppellirli. I Milanesi li inseguirono e demolirono una dopo l'altra le torri lungo l' Adda: Monticelli di Bertonico, Castiglione, San Vito, Camairago. Furono fermati a Cavacurta da una disperata sortita degli esuli, ai quali dettero man forte armati di Pizzighettone e Cremona.
Lo stesso anno l'imperatore scese di nuovo in Italia, deciso di piegare per sempre la superbia di Milano. Ai Lodigiani, fedeli vassalli, concesse di costruire la nuova Lodi, l'attuale, in posizione strategica, su un terrazzo dell'Adda che è passato alla storia con il nome di Colle Eghezzone. Egli stesso portò il Corpo del Santo dall'antica Lodi alla cripta della Cattedrale della nuova, e cantò il Vangelo nella Messa.
Nel marzo 1162 fu distrutta Milano. Inutile dire che tra chi radeva al suolo mura e case c'erano i Lodigiani. Ciò non impedì a questi, pochi anni dopo, vista la convenienza, di fare una giravolta totale: entrarone a far parte della Lega delle città lombarde, nata nel Monastero Benedettino di Pontida il 7 aprile 1167, contro l'imperatore.
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La fortuna di vivere tra rane e canneti
Come si è vissuto nei nostri paesi, della Bassa voglio dire, villaggi con torri o castelli a difesa, nei secoli nei quali, allentati i legami con l'imperatore lontano, nacquero e fiorirono i tanto decantati liberi Comuni? E le Sinorie che seguirono? Mi riferisco ai Comuni, cioè alle città vicine: Lodi, Milano, Piacenza, Cremona, con qualche altra di rincalzo. Erano solo pedine, nient'altro che pedine: e i castelli voglio dire, perche i paesi e la gente non contavano nulla.
Stralcio, in particolare dall' Agnelli37.
Castel Nuovo. Un avamposto ben munito in un punto nevralgico. Nei pressi, nell'anno 1150, i Cremonesi massacrarono e fecero prigionieri un gran numero di cavalieri e fanti Milanesi e Piacentini.
Cadde nelle mani di questi ultimi nel 1188, l'incendiarono e lo distrussero. L'anno successivo i Cremonesi con rinforzi Parmigiani lo ricostruirono. Dieci anni dopo, nuovo assalto di Milanesi e Piacentini, e anche Lodigiani questa volta. Andò a vuoto, e allo stesso modo finì il tentativo ripetuto ne11215. Nei secoli successivi altri assedi, devastazioni, distruzioni ad opera dei Visconti, del Carmagnola, della Repubblica Veneta, degli Sforza, dei Trivulzio, dei Farnese.
A poca distanza, il castello di Corno Vecchio. Federico Barbaros- sa lo distrusse nel 1162. Lo ricostruirono i Cremonesi come baluardo di fronte a Castel Nuovo. Nel 1199 cadde nelle mani delle truppe di Milano, Piacenza e Brescia. Lo conquistarono di nuovo i soliti Cremonesi, e di nuovo nel 1216 fu atterrato con quello di Corneto da Piacentini e Milanesi in fuga, rafforzati da falangi armate di Vercelli, Alessandria e Novara. Passò ancora ai Cremonesi diciotto anni dopo, quando feudatario del luogo era un Tresseni di Lodi.
Del castello di Cornogiovine si sa poco doveva essere di poca importanza, per fortuna di quei vassilli. Lo conquistarono i Piacentini nel 1273, passò poi ai Visconti di Milano.
Posta a guardia dell' Adda, difesa da una laguna e per niente abbordabile, la formidabile rocca di Maccastorna stranamente ebbe a che fare soltanto con le guerre intestine tra guelfi e ghibellini nella città di Cremona. I primi l'assediarono per un anno, la conquistarono, la saccheggiarono e vi appiccaronoil fuoco dopo aver passato a fil di spada i difensori. Poi la ricostruirono, nell'anno 1271. La fama sinistra con cui è passata alla storia è legata, in epoca posteriore, ai misfatti di Cabrino Fondulo.
La rocca di Maleo fu conquistata con un colpo di mano dai Cremonesi nel 1157, i quali la distrussero con altri castelli della zona. La ricostruirono i Milanesi, col castello di Cavacurta, per far fronte all'imprendibile rocca cremonese di Pizzighettone. Fu incendiata e distrutta un'altra volta nel 1269, i difensori furono imprigionati, il paese intero fu depredato. E non fu che l'inizio: nell'anno successivo transitarono col Marchese di Monferrato Milanesi, Comaschi, Vercellesi, Novaresi e perfino Svizzeri; e poi ancora Cremonesi ed alleati di Reggio e Modena, col Marchese d'Este; poi i Piacentini, più tardi ancora i guelfi Lodigiani, e i ghibellini: e tanto basta.
Con quel va e vieni di eserciti, nemici ed amici, non poteva rimanere in disparte il castello di San Fiorano. Fu atterrato nel 1216 come quello di Corneto; ricostruito, fu dato alle fiamme nel 1239 dai Piacentini; ricostruito un'altra volta, cadde nelle mani dei Milanesi, ma di nuovo fu atterrato dai Cremonesi con l'aiuto dei Lodigiani nel 1278. Ricostruito da fuoriusciti lodigiani, cadde nelle mani di altri lodigiani della fazione ghibellina appena dopo il 1300. Non doveva essere difficile demolire un castello, e nemmeno ricostruirlo, dato che si utilizzavano le stesse pietre; ben maggiori danni dovevano sopportare gli abitanti dei villaggi travolti dalla guerra.
Ci siamo avvicinati alle sponde, o alle paludi del lago Barilli, e percorrendole giungiamo a Fombio. Che fu più fortunato. Fin che appartenne al Monastero di Pavia il territorio rimase in pace, come Santo Stefano al Corno sotto la protezione della Abazia.
Il vecchio castello ("il castellazzo") non preoccupava i nemici, nè aveva amici che; lo difendessero. Entrò nel novero dei castelli da difendere e da abbattere quando il feudo passò alla città di Piacenza e ne fu investita la nobile famiglia Scotti. Questa, del partito guelfo, lo edificò di nuovo, ma quindici anni dopo fu preso, saccheggiato e dato alle fiamme dal nuovo Signore di Piacenza il Milanese Galeazzo Visconti, del partito ghibellino. S'impadronì di tutto il bestiame e fece tradurre alle carceri gli abitanti.
Delle difese minori non faccio parola: non ebbero comunque miglior sorte. Più fortunati, alle spalle, i castelli di Casale dei Pusterla e Codogno, che non si trovavano sui confini.
E Retegno? Non aveva un castello, ne grande ne piccolo, nemmeno una torre. Non interessava a nessuno. E a nessuno conveniva azzardarsi a penetrare nella palude. Qui non si scal1navano guelfi e ghibellini, Lodigiani e Piacentini. Poche csse, gente umile e fiera, e all'occorrenza capacissima di difendersi.
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Fombio passa alla città di Piacenza
Il Monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia nei primi decenni del 1200 venne a trovarsi finanziariamente in cattive acque38. Era oppresso dai debiti, tanto che Papa Gregorio IX in data 3 luglio 1225 autorizzò i Monaci ad alienare alcuni possedimenti meno utili e più lontani. Fu messa in vendita anche la "corte" di Fombio, che non era la più lontana. La Comunità di Piacenza -che perseguiva il chiaro intento politico di espandersi oltre il Po -con atto notarile del 23 agosto successivo acquistò per 2400 lire in monete piacentine 9500 pertiche confinanti con le Terre di Casale e Codogno, curia, castello, ragioni e pertinenze, molini ed acque e tutto il resto, vassalli compresi, e anche le due chiese di San Colombano e San Pietro39.
Chiese e villaggi passarono sotto la giuridizione del Vescovo di Piacenza 40.
Il passaggio non fu indolore, perche non mancò chi si rifiutò di «stare congiunti di Parochia nello spirituale a Vescovi di Piacenza ma bensì ai suoi antichi di Lodi massime che i Vescovi stessi erano padroni, fino in avanti, delle bassure della Mirandola, ed altre terre con Codogno»41. «Un buon numero, lasciata Fombio, si stabilirono in Codogno, in Retegno e nei dintorni»42.
Col passaggio alla città di Piacenza la Parrocchia di Fombio ebbe confermati chiaramente i confini, in discussione con San Fiorano.
Diventavano confini di Diocesi e di Stato. Retegno rimase in parte sotto Codogno e in parte (coll'attuale Borgo) sotto Fombio: diviso cioè tra due feudi, due Diocesi e due Stati.
Della primitiva chiesa di San Colombano -che ancora esisteva ed era ancora officiata -si hanno in seguito notizie del beneficio nei secoli XIII e XIV. Fu abbandonata, scomparve, non rimasero ruderi.
La Parrocchia di Fombio ebbe una sola chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro.
Era ancora al "Chiesuolo"? E' possibile. Ma quando nel 1299 gli Scotti ebbero Fombio in feudo, i reggitori di Piacenza fecero obbligo agli Scotti di edificare un castello a difesa degli abitanti.
L'edificarono dove si trova ora, (la parte più antica è,di quel tempo). Il paese si era dunque spostato di nuovo: qui fu costruito il castello, qui fu costruita di nuovo la chiesa, ancora in onore di San Pietro. Lo ricorda una lapide che trascrivo in italiano: «Nell'anno della Incarnazione del Signore 1328 nel mese di marzo Alberto Scotti fece fare questa Chiesa in onore di Dio e dei Santi Pietro e Colombano».
Il "castellazzo" fu abbandonato, o perse comunque ogni importanza, tanto che non se ne parla nei fatti d'arme avvenuti nella zona.
I Piacentini misero subito mano a due opere per collegare Fombio al territorio già annesso: una strada e un ponte sul Lambro, che allora scorreva appena a sud di Fombio.
Quel castello, la strada, il ponte in territorio che era sempre stato lodigiano erano come un cuneo pericoloso che non poteva non allarmare Lodi. La quale per mezzo del podestà elevò fiere proteste e avanzò ricorsi presso la Lega Lombarda. Proteste, sopralluoghi, verbali, ambascerie, appelli alle Costituzioni della Lega non ottennero nulla: castello, strada e ponte rimasero dov'erano43.
Senza saperlo, i Piacentini prolungarono di qualche altro chilometro quella che sarebbe stata poi la cosiddetta via Emilia. In realtà la romana via Emilia che prolungava la via consolare Flaminia da Rimini a Piacenza oltrepassava il Po e il Lambro più a monte e si dirigeva più direttamente alla stazione Ad Rotas tra Orio e Ospedaletto, e poi a Laus Pompeia (Lodi Vecchio) e Milano.
Esattamente trecento anni dopo il Vescovo di Piacenza, in seguito alla Visita Pastorale effettuata nelle Parrocchie poste oltre il fiume Po, costatato che erano «come una nave senza timoniere, indipendenti da qualsiasi Pieve», volle provvedere alle necessità delle Parrocchie «specie in tempo di inondazione del Po, quando diventava difficile accedere alla città» ed elevò la chiesa di Fombio da Rettoria e Parrocchiale ad Arcipretura e Flebania, conferendo al Rettore Don Bartolomeo de Ferraris l'ufficio di Vicario Foraneo (che già esercitava ad personam) per sè e i successori. Le Rarrocchie del Vicariato erano: S. Croce di Monticelli, Santa Maria di Minuta, San Giovanni Battista di Guardamiglio, San Pietro. di Fombio, San Rocco del Porto, San Pi:etro della Mezzana e Caselle.
l'illustre famiglia Trivulzio (feudataria di Codogno) che dominò Retegno a partire dal 1539, ebbe in Gian Giacomo Teodoro uno dei più eminenti rappresentanti. Capitano di cavalleria sotto Filippo III di Spagna e commissario imperiale nel '600, aveva sposato una principessa Grimaldi, monegasca; rimasto vedovo, fu fatto ascendere alla porpora cardinalizia da papa Urbano VIII, condizione che decise di mutare nuovamente con la carriera politica e militare.
Tra i tanti segni di onore tributati alla famiglia Trivulzio la facoltà di battere moneta, concessa dall'Imperatore Ferdinando III d'Asburgo.
Retegno ebbe così una propria zecca, che coniò zecchini e filippi semplici e doppi, una moneta d'argento che portava su una faccia l'effigie del principe Ercole Teodoro, figlio del cardinale, e sull'altra la testa a tre volti, emblema della casata.
Queste monete ebbero corso fino alla soppressione, all'epoca della dominazione austriaca, di tutti gli antichi filippi (nell'anno 1817).

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San’Aniceto
Stampa del XVI sec. Sant’Aniceto senza alcun dubbio è il Santo più antico a cui nella storia di Retegno è stata dedicata una chiesa. Ne troviamo testimonianza sia nel testo manoscritto del Goldaniga (frate cronista del XVIIIsec) sia nella più "recente" pubblicazione a firma di Giovanni Cairo e Francesco Giarelli (1898), entrambi questi trattano della storia di Codogno e del territorio circostante. Sintesi delle citazioni già fatte, nonché prezioso e puntuale approfondimento è quello che ci ha proposto don Giulio Mosca nel suo "Retegno, una storia singolare". Libro sicuramente prezioso per ogni retegnino, di cui riporto il brano seguente: "...una difficoltà viene dal Goldaniga. Chiama l'Oratorio «di Sant'Annicetto detto la Madonna dell'Impero vicino alla Zecca». Sant'Aniceto era allora nel catalogo dei Santi come Papa, per una decina di anni alla metà del secondo secolo, e Martire. Perchè Sant'Aniceto a Retegno? Non c'è risposta. Eppure (l'afferma il Goldaniga) era il Santo titolare della chiesa. Se ne celebrava la festa ancora alla fine dell'800. Si potrebbe avanzare un dubbio: esisteva forse una cappelletta dedicata a questo Santo, sostituita poi dalla nuova chiesa? Nei documenti non c'è traccia. Bisogna riconoscere che Retegno è stato originale anche in questo."
Ma chi era Sant’Aniceto, di cui ricorre il ricordo il 17 di aprile? (Su ben pochi calendari viene ancora riportato).
Aniceto fu papa dal 155 al 166, di probabile origine siriana succedette a papa Pio I, salito sul trono che fu di Pietro trovò tra i cristiani una confusione drammatica ed una fragilità preoccupante.
La prima difficoltà evidente era addirittura sulla Santa Pasqua, i cristiani non avevano ancora trovato un accordo duraturo per festeggiarla tutti nello stesso giorno.
Già papa Pio I tentò di fissare per tutti la prima domenica dopo il plenilunio di primavera. Ma i cristiani d’Oriente invece continuarono a festeggiarla nel quattordicesimo giorno del mese lunare di Nisan, in cui ha inizio la Pasqua degli Ebrei.
Un dissenso che stava minando la fragile unione nella chiesa.
Aniceto tentò come primo obiettivo del suo pastorato di trovare un accordo percorrendo la strada della concertazione, incontrò a Roma il vescovo orientale Policarpo di Smirne. I due discussero e si confrontarono a lungo, ma rimasero su posizioni differenti, nonostante ciò si lasciarono in comunione e in pace: Aniceto, anzi, riservò al vescovo d’Asia (e futuro martire) onori e attenzioni speciali. Così l’unità fu salva: non si realizzò alcuno scisma sulla questione della Pasqua.
In seguito dall’Oriente arrivò a Roma il teologo Marcione, accolto nella comunità romana e stimato per la sua generosità e il suo rigore morale. Marcione si mise a divulgare una sua dottrina basata su un Dio Padre di Gesù Cristo, distinto dal Dio dell’Antico Testamento; insomma, due dèi, uno Salvatore e l’altro Giudice.
Il teologo trovò seguaci e fece nascere nuovi grattacapi a papa Aniceto, tanto che arrivò a fondare una sua Chiesa, nominando vescovi e preti. La confusione regna in Roma, sfociando anche in disordini.
Aniceto predica che la dottrina si combatte con la dottrina, studiando di più per poter essere guida per i fedeli; e ugualmente si combatte con l’esempio.
Perciò nomina un buon numero di nuovi preti e diaconi, e da ciascuno pretende di più, a cominciare dalla moralità, che deve essere autentica e anche visibile.
Sicché, ad esempio: niente più ecclesiastici in giro con chiome fluenti, ma capelli corti per tutti.
Aniceto vive momenti di dura persecuzione sotto Marco Aurelio, in contrasto col pensiero di questo imperatore e con l’ispirazione umanitaria di molte sue leggi.
Ma lui vede in ogni scontro sulla dottrina un disordine nefasto per l’Impero, che già lotta in Oriente contro i Parti, in Europa contro i Germani; ma che ha difficoltà anche contro governatori romani infedeli e ribelli, come nel caso della Siria.
Per il vescovo di Roma, l’angoscia quotidiana di undici anni è questa giovane Chiesa da salvare, nelle vite dei fedeli e nella certezza della dottrina; da stimolare con energia, ma anche con discernimento tra l’essenziale e il secondario.
Aniceto muore durante la persecuzione (che a Roma fa vittime come san Giustino e santa Felicita); ma probabilmente non a causa della persecuzione. Infatti non è indicato come martire.
Il suo corpo (ed è la prima volta per un vescovo di Roma) viene seppellito nelle cave di pozzolana che si trasformeranno in seguito nelle catacombe di san Callisto.

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La madonna del Pilastrello
Tempo fa mi ritrovai a parlare con un retegnino che sollevava l'osservazione su come la chiese di Retegno sono "povere" rispetto alle parrocchiali dei paesi vicini, Fombio, San Fiorano, Santo Stefano per non parlare di Corno Giovine e Cavacurta, cioè pressoché tutti. Senza dubbio è un'osservazione vera ma ci dobbiamo però ricordare anche di quella chiesa che ora non c'é più e che stando alle testimonianze dell'epoca era senza dubbio molto ricca. Mi riferisco alla Madonna del Pilastrello, che ora è una semplice edicola ma che fu... quanta curiosità su questa chiesa, che non c' è più.
Tante sono state le chiese anche nella nostra zona che sono scomparse senza lasciare alcuna traccia fisica: in alcuni casi perchè crollate a causa dell'antichità, dell'incuria, o per fatti bellici; altre volte in seguito alle sciagurate soppressioni operate dai governi austriaci, francesi e italiani; altre perchè distrutte per ricuperare terreno e utilizzare i materiali da costruzione da parte di acquirenti che sono stati i peggiori nemici del patrimonio artistico e storico nazionale.
Nel 1761 Padre Goldaniga scrisse di questa chiesa: "Grande e ben composto, situato in un campo fuori della villa (Retegno) ad Occidente, chiamasi la Madonna del Pilastrello,fabbricato anch'egli nello scorso secolo, dalla splendidezza dei Trivulzi, per un miracoloso avvenimento ivi seguito, e dicesi che un uomo di Villa (Retegno), nel tagliare con la falce l'Erbaccia, che stava alla riva del fosso, dove era un picciol muro con sopra dipintavi un'imagine di Maria Santissima, incautamente e forse per soprana permissione, scorrendogli la mano, ferisse l'imagine, e che questa subito gettasse alcune gocce di sangue: qual muro, coll'imagine nella Fabbrica del nuovo grande Oratorio, fu poscia trasferito all'Altar maggiore, ché ancora al giorno d'oggi vi si conserva, e venera con divozioni dalle genti, compartendo ivi la Beata Vergine molte grazie".
Mentre sui volumi del Cairo Giarelli viene riportata un'altro detto tradizionale, secondo cui la chiesa od oratorio fu eretta dalla Principessa Olimpia Pallavicino Trivulzio dopo aver implorato ed ottenuto davanti alla sacra Effige la guarigione degli occhi, ormai "semispenti", della figlia Caterina.
Si parla in entrambi i casi di poco più di due "leggende" contrastanti. E' pensabile che sia stato edificato prima il "Madonnino", cioè una edicola con l'affresco rappresentante la Madonna, e che siano avvenuti poi i due fatti straordinari, in tempi diversi interpretazione che concilierebbe con entrambi i detti.
Dal libro di don Giulio Mosca leggiamo: "...La Principessa, figlia del marchese Galeazzo Pallavicino di Busseto, sposò Giorgio Teodoro Trivulzio nel 1589. Ebbero una sola figlia Caterina, che sposò nel 1606 il cognato della madre, il marchese Sforza Pallavicino che fu per qualche tempo feudatario anche di Retegno, come abbiamo visto. La guarigione di Caterina è di difficile datazione, non risultando da alcun documento. Il Cairo Giarelli infatti non riferisce la fonte. Se fosse accaduto nella infanzia di Caterina sarebbe da porre tra la fine del '500 e i primi anni del '600: una data che .'sembra troppo lontana.
L'avvenimento" che diede origine all'affluenza dei devoti fu dunque l'apparizione di quel sangue sull'immagine della Madonna già venerata. E' possibile individuare la data del fatto, da un piccolo particolare. Il Retegnino stava tagliando l'erba lungo la riva del fosso. Ancor oggi il primo taglio si effettua tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio. In quei giorni successe il fatto straordinario."
Dalla documentazione si nota come negli anni accavallo del 1640 vennero costruire a Codogno diverse Chiese, è evidente che vi era una notevole spinta all'erezione di nuove architetture, certo la presenza contemporanea di un apprezzato architetto, il Barattieri, di generosi magnati, le fam. Trivulzio e Pallavicino, e di un alto prelato, il Cardinale Trivulzio, favorivano queste iniziative.
Le pratiche per la costruzione della Madonna del Pilastrello cominciarono nel 1643 e si arrivò alla benedizione della stessa il 30 aprile dell'anno 1645 dal prevosto di Codogno Don Domenicani.
Ma da cosa nacque la devozione per la Madonna del Pilastrello? In quanti furono testimoni degli eventi miracolosi? A questi quesiti troviamo ancora risposta nel libro di Don Mosca: "E' da pensare alla testimonianza di molti: non si spiegherebbe altrimenti la risonanza del fatto, l'accorrere delle folle e tanto meno il deciso intervento del Prevosto Don Domenicani, uomo e sacerdote colto, capace e ai vertici del clero lodigiano."
Su questa chiesa retegnina pose la sua attenzione anche il vescovo di Lodi Mons. Pietro Vidoni, poi Cardinale tanto che quando venne a conoscenza dei fatti miracolosi e delle scarsità delle testimonianze a riguardo inviò al Prevosto di Codogno questa lettera: "E' giunto qua un avviso, che avendo cotesta Madonna del Pitastrello sudato sangue vi sia però concorso numerosissimo Popolo. E se bene io stimo che l'avviso medesimo non habbia fondamento non nè ho h avuto dà V.S. notizia alcuna, non dimeno mi è parso dire à lei, che mi significhi quello, che è, e donde habbia avuto origine questa voce divulgatasi, la quale quando havesse susistenza farà bene V.S. di portarsi quà in persona, ove in caso .l'attendo quanto prima, e Nostro Signore le conceda bene. Lodi il primo agosto". Il Vescovo senza dubbio aveva un'opinione negativa finché non vennero provati al di là di ogni dubbio e sospetto la veridicità dei fatti, come testimonia il verbale scritto da Don Domenicani. Lo stesso Parroco continuò a prender cura della chiesa e i devoti continuarono a frequentarla.
L'interessamento del Cardinale Teodoro Trivulzio del quale parla il Cairo Giarelli, è del tutto comprensibile. Il Cardinale non abitava abitualmente a Codogno, ma anche negli alti incarichi diplomatici che lo tenevano lontano seguiva per interposta persona (il Prevosto) la vita religiosa del suo feudo. Certamente non ignorava quel che era successo al Pilastrello; è facile pensare che abbia dato un contributo anche notevole alla costruzione della chiesa. Di certo fece dono di paramenti che immaginiamo di valore, come una pianeta per il celebrante e il pallio per l'altare, che portavano l' "arme" ossia lo stemma dei Trivulzio. Altri paramenti portavano lo stemma della ,Comunità di Codogno e del Prevosto Don Domenicani. Significativa una lettera di Antonio Gaetano Trivulzio Gallio al Prevosto di Codogno. Porta la data 5 luglio 1684 e fu scritta a Milano: "E' stato di mio sommo gusto, che habbia incontrato il genio di V.S. la lampada da me destinata a cotesta Chiesa del Pilastrello, a cui havendo io particolare divotione, non mancarò mai di concorrere a quanto posso ricordare in servizio della medesima".
Ma il Trivulzio non fu il munifico donatore della Chiesa.
C'è un atto di consegna, purtroppo senza firma e senza data, che all'elenco dei legati con relative obbligazioni e all'inventario dei mobili ed arredi fa precedere una memoria. Dice: "Circa l'anno 1640 essendovi ne confini del Lodigiano, e Piacentino un Pilastrello fabricato nel territorio di Codogno, nel quale si trovava dipinto un'immagine della Beata Vergine col suo bambino in braccio, et h avendo cominciato Iddio a far molte grazie a chi invocava l'intercessione della detta Imagine, fattovi, un gran concorso de Popoli vicini e Forastieri, raccolta una grande limosina, si pensò di fabricare una chiesa sontuosa per riporre la detta Sacra Imagine e così fu fatto".
La "grande limosina" permise di costruire la chiesa, non sontuosa, e le copiose offerte dei devoti, che durarono un po' di anni, permisero di completarla, decorarla, arredarla.

Si è gia detto della benedizione della chiesa, solo qualche giorno prima, il 4 aprile, risultano acquistati a Milano i paramenti, la "pietra sacra" per l'altare, una campana. "Adì 7 magio 1645 il Signor Don Francesco Ferrari Capelano de la Madonna del Pilastrello cominciò per celebrare Mese". Fu dunque il primo Cappellano della chiesa.
Ma la chiesa, quando fu benedetta e s'incominciò a celebrare, non era completa. Infatti risultano diversi lavori ancora negli anni successivi ed inoltre fu posto un quadro della Madonna del Carmine.
In quegli stessi anni fu posto il portone all'ingresso e fu aggiunto un portico e nella chiesa altre due cappelle, ambedue stuccate con altari: una dedicata a Santa Monica (sostituita in seguito da Sant'Anna), e l'altra dedicata a San Domenico, cioè al Santo del quale portava il nome il Prevosto Domenicani. A fianco la sacristia dalla quale si passava alla cucina della abitazione del custode, e da questa alle due camere sopra la cucina e sopra la sacristia. C'era l'orto del custode con la muraglia e un giardino davanti alla chiesa, circondato da una cancellata che fu più volte rifatta.
Ancora in chiesa, quadri di S. Caterina, della Beata Vergine, di S. Maria Maddalena all'altar maggiore; un altro all'altare di San Domenico, con due Angeli adoranti, un altro di S. Monica al suo altare, un altro ancora rappresentante la "Pietà", cioè Gesù deposto dalla croce in grembo alla Madonna.
Ecco questa era la Madonna del Pilastrello.
La chiesa della Madonna del Pilastrello fu demolita nell'anno 1802, tra 1'8 aprile e 1'11 giugno. Pochi anni dopo il Vescovo Mons. Della Berretta scrisse, parlando di chiese: "troppe se ne sono già distrutte in Codogno". Tra queste c'era anche quella del Pilastrello.

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Il Cristo
Le origini della chiesa erano ricordate da una lapide che vi era apposta e che il Cairo Giarelli riporta. Traduco in italiano: "Qui giacciono coloro che morirono nell'anno 1569 per la peste. Questa edicola quasi cadente fu restaurata dalle fondamenta dalla pietà dei Retegnini e fu di nuovo solennemente benedetta e dedicata a Dio dal Rev. Prevosto Giuseppe Forni l'8 ottobre 1780". La prima cappella era di legno, poi fu costruita in muratura.
Le epidemie di peste furono ricorrenti, anche nella nostra zona. Il Cairo Giarelli ne registra una ventina', con qualche variante di febbri petecchiali e di mali strani, seguite nel secolo scorso dalle epidemie di colera e in questo secolo dalla "spagnola". Altri morti si aggiunsero ai primi. Il Goldaniga dice: "1 Cadaveri de' trapassati di questa Villa nel Contaggio dell'anno 1630 durono sepolti nella Oriental parte, appena fuori, che anche oggidì si distinguano con divota e miracolosa Capella detta il Cristo".
Erano le vittime della epidemia evocata dal Manzoni con grande arte ne "I promessi sposi", ai tempi del Card. Federigo Borromeo. Arrivò in Italia e in Lombardia al seguito dei lanzichenecchi. Marciando su Mantova alloggiarono a Codogno e dintorni. Si "diffuse tutto attorno il mortifero contagio e sparse di lazzaretti e tumuli le plebi stremate" dalla peste e dalla fame. Nessuno sapeva cosa fare per fermare il flagello, al di là dei tentativi di isolamento degli infetti e del gran pregare. Si moriva, e basta. I paesi mettevano dei "rastrelli" alle vie di accesso, con due uomini di guardia, dei quali uno doveva saper leggere. Tutti gli abitanti delle Ville e Terre vicine (cioè paesi e cascine e case di campagna), e specificatamente "quei di Retegno" furono banditi da Codogno. Qui persero la vita mille persone su cinquemila, e il numero "non fu sì grande, come altrove".
I contagiati venivano raccolti nei "lazzaretti", fuori dall'abitato. Lì morivano e lì erano sepolti. Questi luoghi rimasero sacri nella memoria popolare. Li recintavano, vi ponevano una croce, o vi si costruiva una cappelletta. Le quali cappellette o "oratori" per avere la benedizione dovevano essere dedicate a Nostro Signore Gesù Cristo, o alla Madonna o ai Santi, anche se costui te a memoria e in suffragio dei defunti.
Quella di Retegno fu dedicata al Crocefisso, o al Cristo come preferisce chiamarla il popolo.
Così risulta dai pochi documenti antichi relativi a questa chiesetta che si rintracciano nell'Archivio Parrocchiale di Codogno:"Capella del Crocifisso del Lazzaretto in Retegno" e "Cappella del Crocefisso detta dei Morti... legato al Lazzaretto...Crocefissto di Retegno".
All'"Oratorio dell'Immagine del Santissimo Crocefisso" fu il Vescovo di Lodi Mohs. Vidoni quando il 22 maggio 1651 eseguì la Visita Pastorale alla Chiesa della Madonna Lauretana e a quella del Pilastrello. Poche le osservazioni nei "decreti" che emise dopo la Visita. Tra queste una disposizione tassativa: "Si rimuovano subito le pitture, ossia tavole dipinte rappresentanti l'Angelo Custode, S.Maria Maddalena e la Resurrezione di Nostro Signore, perché troppo indecenti". Vi celebrava don Giuseppe Belloni.
Vi fu dipinto un Crocefisso, che fu molto venerato. "Essendo stata eretta nel luogo di Retegno Imperiale una piccola Cappella all'immagine di un Crocefisso che si trovava dipinto sul Cimitero nel quale erano stati sepolti i cadaveri dei morti al tempo del contagio, alquale per devozione usavano concorrere molte genti dai luoghi vicini, con le elemosine che venivano offerte si acquistarono alcuni beni stabili consistenti in alcune case...e fu formato un capitale...dato in censo a Pietro Rizzi...". Con i redditi il Prevosto Don Bartolomeo Rota di Codogno "decretò, benchè non ci fosse alcun obbligo, di far celebrare altrettante Messe ogni anno nella chiesa di Santa Maria Lauretana... ne i giorni festivi, e le restanti nei giorni feriali". Assegnò redditi e oneri delle Messe al chierico Don Agapito Castelli di Retegno a titolo di dote per l'ammissione ai Sacri Ordini cioè al sacerdozio. Questi doveva provvedere a far celebrare le Messe, e a celebrarle personalmente dopo la sua ordinazione sacerdotale. Il Prevosto però non intendeva creare un "diritto di patronato" e nemmeno una Messa "fondata". Assegnava reddito ed oneri al Castelli vita natural durante: tornava poi al Prevosto di Codogno la libera designazione relativa. Traggo queste notizie - traducendo dal latino e riassumendo -dall'atto notarile che porta la data 5 novembre 1716. Era passato un secolo e mezzo dalla sepoltura di quei poveri morti, e il ricordo e la devozione al Crocefisso che vi si venerava era ancora molto viva.
Investitura di livello di case della Cappella del Cristo, anno 1970 Dei beni stabili abbiamo un elenco fatto eseguire dal Prevosto di Codogno Don Pietro Mola dall'agrimensore e geometra Luigi Pedrazzini in data 28 dicembre 1803: "Descrizione de' beni del Crocifisso di Retegno ex Imperiale".
Consistevano in una abitazione di tre locali a pian terreno e altrettanti al primo piano, portico con cascina, "sterquilinio" e pollaio; altra casa di un solo locale al. pianteFreno e al primo piano, stalla con cascina, pozzo d'acqua, ghiacciaia, orto, costa a zerbido verso il colatore Lova con piante. Il tutto unito da un lato alla Cappella e dall'altro con una scala "di cotto" alla parte della "corte" posseduta dai fratelli Ferrari. E' elencata anche la "Cappella di cotto rappresentante un Crocifisso dietro il colatore Lova, con portico avanti, in mapa sotto il n. 35, in tutto di tavole due, non censita".
I beni erano stati amministrati fino ad allora dall'ex canonico Fontana. Con atto notarile in data 16 marzo 1805 furono dati a Giovanni Ferrari in livello perpetuo dallo stesso Prevosto di Codogno, "nella qualità di Amministratore dei beni di ragione della Cappella del Crocifisso detto dei Morti". Si era aggiudicato l'asta pubblica, cui avevano partecipato altri concorrenti: Carlo Perrazzoli, Giuseppe Maria Rappelli, l'ex Canonico (della chiesa collegiata di Codogno) Giannantonio Fontana che era stato amministratore dei beni prima del Prevosto Mola. Al, :'Corpo di case era annesso un terreno di pertiche tre e tavole 13. Il tutto era precedentemente tenuto in affitto dagli stessi Ferrari e corrispondeva ai numeri di mappa 25.54.35.36.
L'obbligazione livellaria si trasmise di padre in figlio fino alla Paola Riboni vedova ed erede di Ferrari Paolo, la quale nel 1863 vendette i beni a Ruggeri Francesco residente in Codogno. E questi riscattò ne1 1864 il livello perpetuo versando 816 lire alla Fabbriceria di Codogno (subentrata al Parroco, secondo la legge, come amministratrice dei beni delle chiese), o meglio al subeconomo Regio, approfittando della legge del 24 gennaio dello stesso anno. Il ricavato fu investito, come d'obbligo, in cartelle del debito pubblico.
I numeri di mappa sopracitati sono decifrabili nel foglio catastale (il primo, per Retegno) compilato nel 1803 dagli ingegneri Mezza e Torelli che ho già ricordato: si trova nell'Arch. di Stato di Milano ed è qui riprodotto.
Nella cessione in livello perpetuo è fatta espressa eccezione per"la Cappella con Portico" e per l'accesso. Il quale accesso (basta osservare la mappa) in realtà non esisteva. La prima parte del vicolo (oggi, vicolo Garibaldi) conduceva alle "corti" che sono ancora sulla destra; per arrivare alla cappella si costeggiava un campo. Nell'atto notarile si previde appunto "un accesso a detta Cappella, che verrà stabilito da esso cittadino Pedrazzini (il geometra agrimensore sopra accennato), cui le Parti rimettono cosìfatta operazione con rinuncia a qualsivoglia riclamo ".
I pochi dati qui riportati dimostrano comunque a sufficienza: 1° che la Cappella fu fin dal principio soggetta all'autorità ecclesiastica (il Prevosto di Codogno); 2° che il Prevosto ne ha conservato per la Parrocchia di Codogno il possesso. Tale possesso è passato alla Parrocchia di Retegno dalla data della sua istituzione.
Di un altro bene stabile si ha notizia mediante un atto notarile che porta la data 3 gennaio 1750. Consisteva in una casa con una camera al piano terreno ed un'altra al primo piano, portico ed orto, sita a Codogno in Borgo Rampino. Il Prevosto di Codogno Don Giuseppe Besozzi, in qualità di economo della "piccola cappella del Crocefisso di Retegno Imperiale" (della quale era Cappellano titolare Don Agapito Castelli), concesse casa e pertinenza in enfiteusi perpetua ai coniugi Gian Battista de Asti e Candida Martanari e discendenti per il fitto annuo di 12 libbre di moneta di Milano.
Nella "Cappella del Crocefisso del Lazaretto in Retegno comune di Codogno" c'era un legato di Messe, che venivano celebrate da sacerdoti della Parrocchia di Codogno (Don Ponti, Don Brini, Don Cerasoli, prev. Cesari), non dal Coadiutore che assisteva anche Retegno. Vi si celebrava con solennità l'Ottava dei Morti, con ufficio e Benedizione Eucaristica. Gli oggetti necessari (paramenti, "tribolo", e navicella) venivano chiesti in prestito, a pagamento, al sacrista di Codogno.
Senza conoscere il precedente storico, si è ripreso ad andare alla chiesetta nell'Ottava dei Morti, dopo la Messa celebrata nella chiesa parrocchiale, a recitarvi il Rosario per i defunti. Si sostituisce la visita al cimitero parrocchiale, che non c'è.
In una delle poche copie del "Giornale di Retegno" salvatesi per essere state allegate alla "Cronaca della Parrocchia" si leggono altri dati.
La chiesetta fu nuovamente restaurata da Pietro Zanotti e fu solennemente benedetta dal Vescovo di Lodi Mons. Pietro Zanolini il 26 luglio 1921.
Nella primavera del 1950 crollò completamente fino alle fondamenta. Scrisse il Parroco Don Mario Tavazzi nella "Cronaca": "Quando arrivò in Parrocchia di tale Cappella non trovò pietra su pietra, ma soltanto un mucchio di terra". Prese l'iniziativa di ricostruirla, e con il concorso della popolazione ci riuscì. Don Tavazzi era stato Cappellano militare, fece rinascere l'Associazione Combattenti e Reduci, e pensò di mettere, d'accordo con la medesima, due lapidi con i nomi dei soldati di Retegno morti in guerra. Mons. Carlo Borromeo Vescovo ausiliare di Lodi la domenica 2 maggio 1952 benedì la cappella e le lapidi dei Caduti in una solenne manifestazione organizzata dalla Associazione. Da alloraquesta ha continuato ad avere cura non solo delle lapidi ma anche dell'assetto esterno della Cappella, rinnovato varie volte. Custodisce la Cappella la signora Peppina Persico.
Il 4 novembre, o meglio la domenica più vicina, dopo la Messa celebrata nella Chiesa Parrocchiale in suffragio dei defunti, qui convengono le Autorità, gli ex Combattenti e Reduci e numerose persone per l'annuale commemorazione ufficiale.
Al "Cristo" si viene anche una sera del Mese di maggio e la Domenica delle Palme per la benedizione degli ulivi e la processione alla Chiesa Parrocchiale.
Nello scorso anno 1993 è stato rifatto l'intonaco interno corroso dall'umidità. Quest'anno si completerà l'opera con il rifacimento dell'intonaco all'esterno, sempre ad iniziativa dell'Associazione Combattenti e Reduci.

L'attuale Parroco intende riprendere la celebrazione della Santa Messa in particolari occasioni.

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TRIVULZIO baroni di Retegno Imperiale
Araldica della fam. Trivulzio ancora presente su alcuni fabricati di Retegno La famiglia Trivulzio trae probabilmente la sua origine dall'omonima località e nel XII secolo è già riconosciuta tra le nobili milanesi. Vari sono i rami che derivano da Ambrogio, uno dei capi della Repubblica ambrosiana: il ramo di Casteltidone estinto nella seconda metà del XVI secolo come quello di Borgomanero, il ramo di Pizzighettone e quello, maggiormente sviluppatosi, dei marchesi di Vigevano e conti di Mesocco al quale appartiene Gian Giacomo, il massimo rappresentante di questa schiatta di uomini d'arme. Egli, valente condottiero, è protagonista in gran parte delle azioni di guerra tra il XV e XVI secolo; reprime le rivolte dei Fieschi a Genova e dei baroni a Napoli, soccorre la Repubblica fiorentina nella guerra seguita alla congiura dei Pazzi, il duca Ercole I di Ferrara contro la Serenissima e Ferdinando d'Aragona contro il Papa, per passare poi al servizio di quest'ultimo contro Boccalino dè Guzoni tiranno di Osimo; è al servizio dei re di Francia Carlo VIII, Ludovico XII e Francesco I ed ha parte rilevante nella caduta della signoria sforzesca che inizialmente ha appoggiato e della quale è poi diventato fiero nemico. Il 6 ottobre 1499 Gian Giacomo entra infatti a Milano cacciandone il Moro e viene creato marchese di Vigevano e maresciallo di Francia. Dopo alterne vicende e guerre a favore e contro i Veneziani, contro il Papa ed à sostegno del Bentivoglio, egli guida nuovamente i Francesi di Francesco I contro gli Sforza appoggiati dagli Svizzeri e li batte definitivamente nella battaglia di Marignano il 13 e 14 settembre 1515. Poiche il figlio Nicolò muore prima del padre, a Gian Giacomo succede, ancora adolescente, il nipote Gianfrancesco. Egli è nominato generale di cavalleria dal re di Francia ma - dopo la sconfitta di quest'ultimo nella battaglia di Pavia ed il ritorno degli Sforza a Milano - è colpito dalla confisca di tutti i beni che riesce a recuperare solo nel 1526. Non è facile la vita di Gianfrancesco, raggiunto nel 1533 da condanne in contumacia da parte di Francesco II Sforza che gli commina la pena di essere squartato, cancellata solo nel 1543 a seguito di revisione del processo da parte di Carlo V, nel frattempo insediatosi nel ducato di Milano. Gianfrancesco è raggiunto ancora, nel 1550, da una nuova condanna a morte per tentato omicidio tanto che -se pure la sentenza è cassata nuovamente da, Carlo V due anni dopo - egli si decide a vendere ai valligiani i castelli di Val Misolcina, tra cui Roveredo sede della zecca, e finisce i suoi giorni profugo, dopo essere stato probabilmente infedele a tutti i principi che ha servito ed aver provocato le prevedibili rivendicazioni conseguenti a questa cessione affrettata ed in parte arbitraria.
Prende così sviluppo il ramo dei conti di Melzo e quindi quello collaterale dei conti di Melzo principi dell'Impero e di Mesocco con Giangiacomo Teodoro e suo figlio Ercole Teodoro. Questi ottiene dal re di Spagna varie cariche ed onori (tra cui il cavalierato del Toson d 'oro ed il grado di Grande di Spagna) dei quali si mostra però ripetutamente indegno tanto da finire in carcere i suoi giorni, nel 1664, dopo una serie di indecorose macchinazioni. Segue, di lui figlio ed erede, Antonio Teodoro, anch'egli Grande di Spagna e cavaliere del Toson d'oro, il quale, sposato a Giuseppina Velez di Guevara, muore il 26 luglio 1678 senza figli disponendo che il feudo di Retegno - in cui avevano battuto moneta per concessione imperiale gli ultimi due principi - passasse ad Antonio Gaetano della famiglia dei Gallio di Como, appartenente al ramo di Napoli dei duchi d'Alvito, figlio secondogenito della zia Ottavia: per disposizione testamentaria egli deve assumere il cognome Trivulzio. Il trasferimento di proprietà e feudi viene sancito nel 1679 dall'Imperatore Leopoldo I che conferma ad Antonio Gaetano i titoli di conte di Mesocco e della Val Misolcina e gli affida varie cariche militari; investito del feudo di Trivulzio nel 1698 e nominato Grande di Spagna nel 1702, egli è il primo dei principi di questa famiglia a lasciare una traccia d'impegno culturale in quanto a lui si deve l'apertura del palazzo di Milano alle adunanze degli accademici dell'Arcadia. Ultimo del ramo è Antonio Tolomeo, anch 'esso investito degli stessi titoli ed onori del padre, il quale - dopo aver perso la moglie e la figlia - destina il suo ingente patrimonio ad opere filantropiche e trasforma il suo palazzo di via della Signora a Milano in Pio Albergo per i settuagenari poveri.
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L'ALBERO GENEALOGICO
Albero genealogico della fam Trivulzio

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